Il Grand Hotel La Sonrisa, meglio noto come il "Castello delle Cerimonie" per la trasmissione che lo ha reso celebre su Real Time, non riaprirà nel breve termine. La Corte di Cassazione ha rigettato il tentativo della famiglia Polese di riaprire il processo che aveva portato, nel febbraio 2024, al sequestro dell'intera struttura per violazioni delle normative urbanistiche. Con questo verdetto, il complesso della provincia napoletana rimane nelle mani dello Stato, mentre i cancelli restano sigillati dal 15 giugno scorso, dopo quasi quarant'anni di attività ininterrotta.
La vicenda affonda le radici in un contenzioso giudiziario complesso. Secondo le sentenze emesse nei precedenti gradi di giudizio, il Grand Hotel La Sonrisa sarebbe stato costruito su un'area sottoposta a vincoli urbanistici specifici, che la realizzazione della struttura avrebbe violato caratterizzandosi come lottizzazione abusiva. La confisca ha rappresentato la conseguenza naturale di questa condanna, con il Comune di Sant'Antonio Abate che ha successivamente revocato sia le licenze alberghiere che quelle ristorative, determinando la chiusura definitiva della gestione privata.
I legali dei proprietari non hanno tuttavia deposto le armi. Nel ricorso presentato in Cassazione sostenevano che nel precedente processo non fossero state adeguatamente valutate prove documentali in grado di dimostrare l'infondatezza dell'accusa di lottizzazione illegale. Sorprendentemente, anche la Procura generale aveva concordato con questa richiesta, chiedendo formalmente l'annullamento della sentenza e l'avvio di un nuovo processo dinanzi alla Corte d'Appello di Roma. Nonostante questa convergenza di intenti tra difesa e accusa, i giudici della Cassazione hanno preferito non accogliere la richiesta congiunta. Le motivazioni dettagliate della pronuncia verranno rese pubbliche con il deposito integrale della sentenza.
Ma la partita non è chiusa. Rimane ancora pendente un ulteriore ricorso in Cassazione presentato dalla famiglia, mentre nel mese di novembre il Consiglio di Stato dovrà esprimersi sulla legittimità della revoca delle licenze decisa dal municipio. Nel frattempo, l'amministrazione comunale ha preso in carico la gestione della proprietà e ha avviato studi per individuare una nuova vocazione per gli immobili e i terreni, potenzialmente orientandosi verso una destinazione pubblica o di interesse collettivo piuttosto che mantenere la funzione ricettiva originaria.