La partita sul futuro dell'ex Ilva di Taranto entra in una nuova fase. Secondo quanto emerso, il progetto presentato dal gruppo siderurgico indiano JSI del magnate Naveen Jindal sta prendendo sempre più forma, anche se circondato da polemiche e resistenze. A differenza di quanto circolato negli ultimi giorni, le indiscrezioni su un possibile stanziamento statale di due miliardi di euro a favore del piano indiano non trovano riscontro ufficiale. Tuttavia, questo non modifica il quadro generale: la soluzione Jindal rimane nettamente favorita rispetto alla proposta alternativa del fondo americano Flacks.

Il cuore della strategia ruota attorno a una scelta produttiva radicale: il preridotto, il semilavorato che alimenta i forni elettrici, non verrà più prodotto a Taranto bensì in Oman. Una decisione dettata da fattori economici concreti, in primo luogo il costo del gas naturale, e da vincoli ambientali imposti dalle autorità locali tarantine, che hanno impedito l'arrivo di navi metaniere nel porto. Questa riallocazione produttiva ha trovato conferma anche nel decreto legge 107/2026 approvato ieri dal Governo, che ha spostato un miliardo di euro di finanziamenti destinati proprio alla lavorazione del preridotto dal ministero dell'Ambiente a quello delle Imprese, modificandone la destinazione finale.

Le conseguenze per lo stabilimento ionico sono sostanziali. Il polo siderurgico tarantino, storicamente noto come centro integrato di produzione e trasformazione dell'acciaio, subirebbe un significativo ridimensionamento strutturale. Con il flusso di materia prima garantito dagli impianti indiani, Taranto si trasformerebbe in un centro di lavorazione e trasformazione, perdendo la funzione di produttore autonomo. Si tratta di un cambio di paradigma che alcuni analisti giudicano tuttavia come un passaggio necessario e realistico per ricostruire dalle fondamenta il tessuto industriale e commerciale locale, sebbene a prezzo di una drastica contrazione dell'occupazione. Il Governo starebbe già elaborando strategie di accompagnamento per gestire i processi di dismissione del personale.

Non mancano i fronti di tensione. Le organizzazioni sindacali hanno già espresso contrarietà, così come Federmeccanica. Michael Flacks, l'investitore americano guida del fondo concorrente, ha manifestato apertamente le proprie preoccupazioni, sottolineando come la procedura competitiva sia ancora in corso e denunciando il rischio di compromettere la trasparenza e la parità di trattamento tra i candidati. Una critica rivolta implicitamente al vantaggio che il piano Jindal sembra aver acquisito nel processo decisionale governativo.

Nei prossimi giorni, l'esecutivo avrà incontri con JSI per affinare i dettagli della proposta, con l'obiettivo di presentare un piano strutturato ai sindacati il 28 luglio. La strada, secondo quanto trapela, sembra ormai definita: il tema della sovranità produttiva e del ridimensionamento industriale rimane aperto al dibattito politico, ma il governo appare determinato a procedere lungo il percorso tracciato dalla soluzione indiana.