In un'epoca dove il nostro rapporto con la realtà altrui passa attraverso lo scorrimento veloce dei social network, il lavoro di Domenico Iannacone rappresenta un'eccezione rara nel panorama televisivo italiano: quello di uno spazio dove le vite umane tornano a essere ascoltate, comprese e raccontate nella loro interezza.

Un caso significativo è quello di Giada, una madre di 28 anni che gestisce un profilo TikTok dedicato a suo figlio Roberto, affetto dalla sindrome di Cockayne, una patologia rarissima caratterizzata da ritardo dello sviluppo e invecchiamento precoce. La platea digitale, come spesso accade, si era divisa tra curiosità emotiva e giudizio morale: era giusto o sbagliato che una genitore condividesse questi momenti così intimi con il mondo? Quando Iannacone ha incontrato questa storia per il suo programma "Che ci faccio qui" (trasmesso su Rai 3 e disponibile su RaiPlay), ha operato uno spostamento di prospettiva fondamentale: non ha cercato di sentenziare sulla correttezza del comportamento, ma ha scelto di mostrare la quotidianità vera di questa donna che vive consapevole di avere circa dieci anni davanti a sé con suo figlio, un tempo che non sa quando finirà.

Roberto, soprannominato affettuosamente Frollino, necessita ogni giorno di terapie costanti, di nutrizione assistita tramite sondino e dell'amore di una madre che carica su di sé un peso fisico ed emotivo difficilmente quantificabile. In questo contesto, la scelta di Giada di documentare questa realtà non diventa più una questione etica da dibattere, ma un tentativo disperato e bellissimo di vivere pienamente un presente dal futuro incerto.

Eccolo qui il valore del giornalismo di Iannacone: mentre viviamo immersi in quella che potremmo definire una specie di voyeurismo superficiale della vita altrui, dove condividiamo tutto senza rivelare nulla di autentico, il conduttore compie l'atto rivoluzionario di fermarsi. Prende tempo, ascolta, guarda negli occhi. Trasforma quei momenti fugaci e bidimensionali che siamo abituati a consumare in lunghe, meditate, toccanti conversazioni che vanno ben oltre la soglia dei quindici secondi che mediamente dedica l'utente medio a ogni contenuto.

In "Che ci faccio qui", la straordinarietà emerge dal quotidiano: non attraverso drammatizzazioni o costruzioni narrative artificiali, ma mediante l'incontro autentico con persone comuni le quali, raccontando la loro storia, ci restituiscono un'immagine più vera di cosa significhi veramente vivere. È forse l'unico programma in televisione capace di trovare un consenso trasversale, perché sa far tornare in primo piano quello che la tecnologia ha progressivamente marginalizzato: la comprensione come antidoto al giudizio, la profondità come alternativa al giudizio sommario.