Un team di ricercatori dell'Università di Bari Aldo Moro e dell'Università di Catania ha condotto una ricerca approfondita sui decessi causati da attacchi canini nel nostro Paese, pubblicando i risultati sulla rivista Animals. L'indagine ha analizzato tutti gli episodi mortali registrati tra il 2009 e il 2025, cercando di identificare pattern comuni e elementi di rischio. Poiché l'Italia manca di un sistema nazionale unificato per monitorare le aggressioni da cani, i ricercatori hanno dovuto raccogliere i dati da articoli di cronaca nazionali e locali, verificandoli accuratamente e inserendoli in un database strutturato.

Dallo studio sono emersi 54 casi complessivi di attacchi letali, con una tendenza preoccupante negli ultimi cinque anni esaminati: il fenomeno sembra in crescita, oppure semplicemente più visibile mediaticamente. L'analisi ha preso in considerazione numerosi aspetti: l'età e il sesso delle vittime, il luogo dell'aggressione, la relazione preesistente tra uomo e animale, il numero di cani coinvolti e, dove disponibile, la razza dell'attaccante. I dati rivelano che anziani over 65 e bambini molto piccoli (fino a 4 anni) sono le categorie più vulnerabili, rappresentando le vittime più frequenti.

Un dato che ha attirato l'attenzione è la prevalenza di razze appartenenti al gruppo dei molossoidi e dei bull type, presenti nel 69% degli episodi analizzati. Tuttavia, gli autori della ricerca mettono in chiaro un aspetto fondamentale: questi numeri non dimostrano che determinate razze siano intrinsecamente più aggressive o pericolose. La comunità scientifica internazionale è infatti concorde nel ritenere che l'aggressività canina derivi da un complesso intreccio di fattori: predisposizioni genetiche, condizioni ambientali, modalità di allevamento, addestramento e soprattutto il modo in cui l'uomo gestisce e controlla l'animale.

La ricerca evidenzia inoltre l'importanza del rapporto tra il cane e la vittima nel determinare l'esito degli incontri. Secondo quanto trapelato dallo studio, il contesto della relazione preesistente rappresenta una variabile rilevante per comprendere come e perché certi episodi degenerino tragicamente. I ricercatori puntano il dito contro una narrazione semplicistica che attribuisce colpe solo alla genetica razziale, invitando invece a una riflessione più consapevole sulla responsabilità dell'uomo nella gestione dei propri animali da compagnia e sul loro benessere psicofisico.