Il 2006, il 2016 e il 2026 rappresentano tre snodi cruciali nella storia costituzionale italiana, legati da un filo rosso che evidenzia le pratiche ricorrenti delle maggioranze di governo. In tutte e tre le occasioni, sottolinea l'analista Roberto Celante, le riforme proposte hanno subìto un destino simile: approvate dalle camere con margini risicati, trasformate in plebisciti politici e caratterizzate dalla scarsa disponibilità al dialogo con le opposizioni.

Il primo elemento distintivo è proprio l'assenza di una ricerca di intesa parlamentare trasversale. Quando si modificano i principi fondamentali della Costituzione, il documento su cui poggia l'intero edificio democratico, ci si attenderebbe un approccio più cauto. Un governo consapevole dovrebbe riconoscere che il patto costituzionale appartiene a tutta la nazione e che una maggioranza risicata dovrebbe spingere a negoziare con le minoranze per raggiungere un testo largamente condiviso. Questo non è accaduto nei tre decenni considerati, compromettendo la legittimità delle iniziative.

Un secondo tratto comune riguarda le campagne propagandistiche in favore del sì. Quando gli argomenti tecnici si dimostrano deboli, è inevitabile che i promotori delle riforme ricorrano a strategie alternative: trasformano il referendum in una sfida personale tra il governo e i cittadini, oppure in un giudizio sulla gestione politica in corso. L'attuale premier Meloni ha tentato di sfuggire a questo schema, affermando che non si dimetterà in caso di sconfitta, ma al contempo ha deciso di schierarsi personalmente in prima linea, criticando le decisioni della magistratura che, a suo dire, ostacolerebbero l'azione dell'esecutivo. Una contraddizione evidente che rivela come la logica plebiscitaria sia difficile da evitare.

Il terzo filo conduttore, il più rilevante dal punto di vista istituzionale, è rappresentato dal fatto che ogni riforma approvata dalle maggioranze ha mirato a indebolire i contrappesi costituzionali e a rafforzare i poteri dell'esecutivo. Nel 2005 il Presidente della Repubblica aveva perso rilevanti funzioni di garanzia, mentre il Premier accumulava competenze: dalla nomina dei ministri al controllo dell'agenda fino al potere di sciogliere il Parlamento in caso di sfiducia. La riforma del 2016 ha attinto direttamente da questo precedente, proseguendo sulla stessa strada di accentramento del potere nelle mani dell'esecutivo.

Questo pattern ripetitivo solleva interrogativi sulla stabilità democratica italiana. Ogni cambio di governo sembra spingere la maggioranza di turno a modificare le regole del gioco costituzionale per consolidare il proprio potere, anziché accettare i vincoli posti dalla Carta. Il rischio è che la Costituzione, da patto sociale fondante, diventi uno strumento plasmabile secondo le convenienze politiche del momento, perdendo così la sua funzione di garanzia per tutti i cittadini.