L'esecutivo torna al centro delle critiche per la riforma della legge sulla caccia, una normativa che ambientalisti ed esperti di biodiversità giudicano profondamente incoerente con i principi scientifici e con lo stesso dettato costituzionale. Il provvedimento, che riconfigura gli equilibri tra diritto venatoria e tutela ambientale, ha già suscitato preoccupazioni presso le istituzioni europee, inclusa la Commissione Europea, per le sue evidenti incongruenze rispetto alle esigenze reali degli ecosistemi nazionali.
Al cuore della controversia c'è un cambio paradigmatico: mentre la legislazione precedente poggiava sulla protezione rigorosa della fauna, il nuovo testo introduce il concetto di "gestione attiva e partecipativa" affidata direttamente ai cacciatori stessi. Questa inversione di rotta solleva immediate bandiere rosse tra gli specialisti. L'articolo 9 della Costituzione, che pone la tutela ambientale e della biodiversità come priorità assoluta anche per le generazioni future, sembra passare in secondo piano rispetto a una reinterpretazione della pratica venatoria come attività ludico-motoria, legittimata dal pretesto del controllo demografico delle specie invasive.
La riforma provoca conseguenze concrete e immediate sul territorio. Il calendario venatorio subisce una profonda riscrittura con limiti temporali estremamente flessibili, delegando alle amministrazioni regionali e locali il potere di modificare sia i periodi sia gli orari di caccia. Questa moltiplicazione di competenze e discrezionalità determina di fatto una sorta di anarchia normativa, dove le pressioni dei gruppi venatori locale pesano significativamente sulle decisioni istituzionali. Contemporaneamente, vengono ampliate le aree cacciabili, includendo anche zone del demanio forestale e territori critici come i valichi montani utilizzati come corridoi migratori dagli uccelli selvatici.
Il capitolo più contestato riguarda l'espansione della lista delle specie cacciabili. Animali precedentemente sottoposti a protezione rigorosa, come l'oca selvatica e il colombaccio, entrano ora nel novero delle specie abbattibili. Ancora più preoccupante il declassamento del lupo: la sua posizione passa da specie "rigorosamente protetta" a semplice specie "protetta", con conseguente attribuzione alle Regioni della facoltà di approvare piani di contenimento senza criteri standardizzati e univoci. Il testo non specifica parametri chiari, soglie numeriche o modalità operative, lasciando spazi aperti a possibili abusi.
Non mancano nemmeno le modifiche di dettaglio che, benché apparentemente minori, segnano un'ulteriore erosione delle tutele: la caccia durante le nevicate, precedentemente vietata perché favoriva eccessivamente i cacciatori grazie alle impronte lasciate dagli animali sulla neve, diviene ora legittima. Nel contempo, vengono incrementati i massimali di abbattimento per diverse specie. Questo insieme di provvedimenti, secondo esperti di fauna e divulgatori scientifici, tradisce una logica fondamentalmente squilibrata: quella di subordinare completamente la preservazione ambientale agli interessi di una categoria di appassionati, contraddicendo i principi dell'ecologia moderna e gli impegni internazionali dell'Italia in materia di biodiversità.