«Lo sfruttamento dei lavoratori rappresenta un male diffuso e radicato, paragonabile a un virus che circola nelle nostre città». È il grido d'allarme lanciato da Roberta Zanfrini, docente di Sociologia presso l'Università Cattolica, che analizza il fenomeno della precarietà lavorativa e delle condizioni di vulnerabilità che caratterizzano settori sempre più ampi del mercato del lavoro italiano.

In un'intervista rilasciata a Repubblica, la ricercatrice sottolinea come il problema travalichi le responsabilità dei singoli datori di lavoro per toccare questioni più profonde di carattere sistemico e culturale. «Se domani tutti gli invisibili, coloro che lavorano nell'ombra garantendo il funzionamento della città, decidessero di fermarsi per una sola giornata, la metropoli si bloccherebbe completamente», evidenzia Zanfrini, puntando l'attenzione sulla centralità di questa forza lavoro marginalizzata nell'economia urbana.

L'insegnante della Cattolica ribadisce che per combattere efficacemente questo fenomeno non è sufficiente ricorrere a strumenti punitivi nei confronti dei trasgressori. Serve invece un approccio multidimensionale che affronti le cause profonde della vulnerabilità lavorativa, coinvolgendo istituzioni, imprese e società civile in una strategia complessiva di prevenzione e protezione.

La ricerca sociologica di Zanfrini mette in evidenza come le categorie più esposte al rischio di sfruttamento siano spesso migranti, donne e giovani privi di tutele contrattuali adeguate. Il fenomeno si concentra in settori come agricoltura, logistica, ristorazione e servizi alla persona, dove il controllo delle autorità rimane insufficiente.

Queste considerazioni arrivano in un momento in cui il dibattito pubblico si intensifica attorno ai diritti dei lavoratori precari e alla necessità di garantire standard minimi di dignità professionale. La sfida, secondo la docente, passa attraverso una maggiore consapevolezza collettiva del ruolo essenziale che questi soggetti ricoprono nella società.