Willem Dafoe si prepara a soffiare 71 candeline il prossimo 22 luglio, ma l'attore internazionale preferisce non indugiare troppo nei meandri del passato. In un'intervista rilasciata a «Il venerdì» di La Repubblica, la star ha affrontato con lucidità i temi che hanno caratterizzato la sua lunga carriera nel cinema, dai ruoli inquietanti degli esorzi alle nuove sfide interpretative odierne.

Il nuovo progetto che lo vede protagonista è «Late Fame», film diretto da Kent Jones basato sulla novella di Arthur Schnitzler, già presentato lo scorso anno alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti. Dafoe interpreta Ed Saxberger, un poeta di New York caduto nell'oblio che lavora alle poste quando viene improvvisamente riscoperto da un gruppo di giovani artisti affascinati da un'epoca che non hanno mai conosciuto. Il cast include Greta Lee ed Edmund Donovan, e la distribuzione italiana è affidata a iWonder per l'uscita autunnale.

Riguardo alle scelte interpretative che lo hanno caratterizzato nei decenni, Dafoe è schietto: la difficoltà a incarnare personaggi convenzionali lo ha spinto verso ruoli antagonisti e figure borderline, una strada che ha percorso con consapevolezza consenziente. «Se non possiedi i canoni della bellezza tradizionale, il sistema ti relega ai cattivi», spiega l'attore, ricordando come ha costruito dozzine di vilain all'inizio della sua carriera. Secondo lui, questi personaggi esercitano un fascino particolare perché permettono di esplorare la fantasia proibita, quella di trasgredire senza conseguenze concrete. Il rischio principale, ammette, è cadere negli eccessi, ma il pubblico apprezza questa libertà espressiva.

Meno prevedibile è l'aneddoto che riguarda suo padre, figura radicalmente opposta all'immagine pubblica del figlio. Uomo d'ordine e di principi, chirurgo rispettato, frequentatore assiduo della messa domenicale, astemio e fedele a una sola donna per tutta la vita, il padre di Dafoe rappresentava una moralità convenzionale. Eppure, in un momento privato, lo prese da parte con un commento che sorprese il figlio: gli confessò di adorare uno dei film in cui Dafoe interpretava uno stupratore. Un contrasto affascinante tra l'apparenza pacata e i gusti cinematografici, che rivela come il cinema di qualità sa penetrare anche le coscienze più rigide.

Dafoe ha inoltre rivelato l'abitudine di scrivere quotidianamente un diario dal compimento del ventesimo anno di età. Migliaia di quaderni, catalogati per data e stipati in una cantina, contengono i suoi pensieri e le riflessioni di una vita intera. Tuttavia, non li riesamina quasi mai: la pratica serva per vivere il presente e fissare il momento, non per guardarsi indietro. Alcuni di questi taccuini, logorati dal tempo e con tracce d'inchiostro sbiadite, sarebbero stati convertiti in una carta da parati per una galleria d'arte, trasformando i memorabilia intimi in opera pubblica.