A cinquanta anni da oggi, secondo la visione distopica proposta da Rainer Zitelmann nel suo romanzo pubblicato da Liberilibri, la società avrà raggiunto un benessere diffuso dove le disparità economiche saranno diventate quasi insignificanti. Eppure, in questo scenario apparentemente ideale, emergerebbe una nuova ossessione: l'idea che la bellezza fisica rappresenti una forma inammissibile di privilegio. Lo scrittore immagina un movimento politico che decide di fare della lotta contro la 'disuguaglianza ottica' il proprio cavallo di battaglia, trasformando quello che tradizionalmente è considerato un semplice dato naturale in una questione di giustizia sociale.

Al centro della trama si trova Alexa, una donna giovane, ambiziosa e attraente fisicamente. In una società ordinaria, il suo aspetto verrebbe percepito come una fortuna naturale, fonte di ammirazione e desiderio. Ma nel mondo costruito da Zitelmann, nasce il MOVE, il Movimento per la Giustizia Ottica, un movimento che sostiene come le persone belle ottengano vantaggi ingiustificati nel mercato del lavoro, negli atenei e persino nelle relazioni romantiche. Secondo questa prospettiva radicale, l'aspetto fisico accattivante costituirebbe un capitale non meritocratico che andrebbe corretto attraverso interventi politici.

Ciò che rende affascinante il racconto è come Zitelmann documenti la progressione della sciocchezza da posizione marginale a politica di stato. L'autore mostra il percorso tipico: seminari universitari, sviluppo di un linguaggio tecnico specialistico, studi accademici sui presunti privilegi estetici, poi campagne mediatiche di sensibilizzazione, pressioni sociali per l'autocritica pubblica, fino all'arrivo della politica istituzionale. Il Partito della Giustizia incorpora le rivendicazioni del movimento, conferendo legittimità parlamentare a una idea nata nelle università.

Secondo il MOVE, la bellezza non sarebbe una caratteristica naturale ma una costruzione sociale deliberata, una commodity prodotta dal sistema capitalista e imposta dalle élite per emarginare chi non rientra negli standard estetici dominanti. Lo slogan del movimento cattura efficacemente questa contraddizione affascinante: 'Il bello è brutto'. L'invidia, in questa società immaginaria, cessa di essere riconosciuta come un difetto umano e viene elevata al rango di principio teorico legittimo, base per politiche redistributive.

Il merito principale del romanzo risiede nel dimostrare quanto velocemente un'idea apparentemente assurda possa trasformarsi in una minaccia concreta una volta che trova alleati nelle istituzioni. Zitelmann costruisce una critica implicita all'ossessione contemporanea per l'uguaglianza assoluta, mostrando come il tentativo di eliminare ogni forma di disparità, anche quelle naturali e inevitabili, possa generare conseguenze politiche impreviste e potenzialmente oppressive. La distopia non è in uno stato totalitario classico, ma in una democrazia che progressivamente sacrifica la libertà sull'altare di un egualitarismo sempre più radicale e irragionevole.