A partire dal 22 luglio entrerà in vigore il Dpcm 121 del maggio scorso, un provvedimento che ridisegna completamente la mappa dei comuni montani italiani introducendo parametri geomorfologici e altimetrici rigidamente definiti. La conseguenza più immediata e drammatica riguarda la scuola: centinaia di comunità nelle aree interne perderanno l'accesso ai finanziamenti strategici del Fondo per lo sviluppo montano e, soprattutto, le deroghe che finora garantivano la sopravvivenza dei piccoli istituti scolastici.

Secondo le nuove regole, molte scuole primarie non potranno più mantenere le cinque classi separate per i bambini dai sei ai dieci anni. Il risultato saranno pluriclassi con insegnanti costretti a gestire in aula alunni di età molto diverse – dai sei ai otto anni insieme, oppure dagli otto ai dieci – rendendo l'esperienza didattica problematica e costringendo le famiglie a cercare soluzioni alternative altrove. Proprio questo rischio di spopolamento rappresenta il vero allarme sollevato da amministratori locali, educatori e forze politiche di opposizione.

La protesta è trasversale e ha coinvolto anche esponenti della Lega, il partito di Matteo Salvini, che in passato ha considerato la difesa delle montagne una priorità strategica. Roberto Colombero, sindaco di Marmora e presidente dell'Unione nazionale dei Comuni montani del Piemonte, ha denunciato il caos organizzativo generato dal timing del decreto: le classi saranno già formate quando il provvedimento diventerà legge, lasciando gli enti locali in una situazione praticamente ingestibile.

Dal Partito Democratico arriva una critica ancora più severa. Irene Manzi, responsabile Istruzione dem, ha definito il decreto «un atto di arroganza politica» e sottolineato l'assurdità di affidare scelte così delicate a criteri puramente tecnici: «La scuola non può essere governata da algoritmi o da un righello che misura le pendenze dei terreni». La Manzi chiede al governo di bloccare immediatamente gli effetti del provvedimento e di avviare un tavolo di confronto con i sindaci per rivedere i parametri e preservare i presidi educativi delle zone interne.

Il tema tocca questioni ben più profonde della semplice efficienza scolastica: chiudere una scuola significa spesso segnare il destino di intere comunità, accelerando l'abbandono delle aree montane e interne del paese. Secondo gli amministratori locali, il governo avrebbe dovuto coinvolgere gli enti territoriali prima di legiferare su un aspetto così sensibile, soprattutto con una data di entrata in vigore che non lascia margini operativi ai comuni per adeguarsi.