Un'indagine inedita illumina una realtà sommersa negli atenei italiani. Nel corso del 2025, la Rete nazionale degli sportelli e dei Centri antiviolenza universitari ha raccolto i primi dati sistematici sul fenomeno delle violenze all'interno delle università, rivelando numeri che impongono un cambio di rotta. Sono state 124 le donne e le persone appartenenti alla comunità Lgbtqia+ che hanno cercato aiuto e supporto presso questi sportelli, strutture ancora troppo rare nel panorama accademico nazionale.
Il profilo delle vittime racconta storie di vulnerabilità. Il 97% delle persone assistite è di genere femminile, mentre quasi il 50% proviene da fuori sede, lontano quindi dalle reti familiari di protezione. L'85% è costituito da studentesse e studenti. Quanto agli aggressori, il dato più allarmante è che nel 93% dei casi sono uomini. Ma ancora più inquietante è l'origine della violenza: 26 molestie su 28 registrate provengono direttamente dall'interno della comunità universitaria, con otto episodi commessi da docenti e dieci da colleghi di corso o di lavoro.
La tipologia di violenza predominante è quella psicologica, con 106 casi segnalati. Ma accanto a questa, che spesso passa inosservata, si annidano forme più gravi: la violenza sessuale tocca il 40% delle vittime, con 50 persone che l'hanno denunciata. Seguono lo stalking con 28 casi, la violenza fisica con 29 e infine quella economica con 12 episodi. I dati dimostrano come gli abusi negli atenei assumono forme molteplici e interconnesse.
Giulia Nanni, responsabile dell'accoglienza presso la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna e coordinatrice della rete nazionale, lancia un monito critico: il primo sportello universitario di contrasto alla violenza di genere in Italia è stato attivato solo nel 2019. "L'assenza di uno sportello non significa che il problema non esista," sottolinea, "significa piuttosto che le università scelgono di non affrontarlo." La sfida immediata riguarda l'implementazione di sportelli in tutti gli atenei e, parallelamente, la creazione di un database nazionale che permetta di monitorare sistematicamente il fenomeno.
Intanto prende forma il primo database nazionale dedicato alla mappatura della violenza di genere negli spazi accademici, uno strumento fondamentale per trasformare i dati in politiche concrete di prevenzione e protezione. La ricerca evidenzia come le università debbano affidarsi al sapere consolidato dei centri antiviolenza femministi e transfemministi, non reinventando la ruota ma integrando competenze già consolidate.