Nel momento in cui il pubblico italiano segue con passione i trionfi di Jannik Sinner e Jasmine Paolini nei grandi tornei mondiali, esce un'opera singolare dedicata al tennis: il nuovo libro di Umberto Marino, pubblicato da MdS Editore e disponibile a 15 euro. L'autore, celebre drammaturgo noto per opere teatrali come "Italia-Germania 4 a 3" e "Volevamo essere gli U2", affronta lo sport con il suo caratteristico stile sarcastico e partecipe, trasformando quello che potrebbe sembrare un semplice manuale sportivo in una riflessione profonda sulla natura umana.
MARINO PASSA IN RASSEGNA LE STRANEZZE NORMATIVE CHE REGOLANO IL TENNIS. Dalla misurazione precisa della rete (0,914 metri al centro, 1,07 metri ai lati) ai punteggi che saltano da trenta a quaranta senza alcuna logica apparente, fino alle specifiche del diametro della palla: tutte caratteristiche che hanno origini perdute nel tempo e che nessuno sa davvero spiegare. L'autore affronta queste incongruenze con l'ironia tagliente che ha sempre contraddistinto la sua scrittura, rivelando come il tennis rappresenti una perfetta metafora dell'assurdità esistenziale.
Secondo l'interpretazione di Marino, le regole del tennis sarebbero state inventate da "divinità malvagie, demoni con nomi impronunciabili come quelli delle divinità azteche". Questa provocazione letteraria serve a spiegare come vincere contro le forze che governano il gioco sia praticamente impossibile: gli avversari più insidiosi siamo noi stessi, paralizzati dalla paura, dall'insicurezza e dall'autocritica. La partita diventa così una rappresentazione della lotta interiore che affrontiamo quotidianamente nella vita, dove l'incapacità di gestire le proprie emozioni e dubbi condanna al fallimento.
MANUTENENDO IL PARALLELISMO TRA TEATRO E SPORT, Marino evidenzia come entrambi i campi ruotino attorno a un conflitto centrale e a un dialogo costante tra domanda e risposta, tra tensione narrativa e colpo di scena risolutivo. Il suo volume non si limita a criticare le regole: mostra come il tennis, nonostante (o grazie a) le sue contraddizioni, possiede un valore pedagogico straordinario. Durante il gioco, il nostro intelletto si concentra completamente sui colpi e sulla tattica, liberando la mente dai rancori quotidiani e dai problemi banali che ci tormentano. In questo stato di grazia mentale, la vita stessa appare degna di essere vissuta, soprattutto se siamo riusciti a conquistare la vittoria.
MARINO RICORRE ALLA LETTERATURA CLASSICA - da Shakespeare a Manzoni, da Laocoonte a Teofrasto - per arricchire la sua analisi del fenomeno tennistico. Ciò che sorprende, tuttavia, è come la scienza e la filosofia accademica abbiano completamente trascurato le funzioni formative e pedagogiche dello sport. Un'omissione che l'autore giudica particolarmente significativa e meritevole di attenzione. L'opera rappresenta quindi un tentativo di colmare questo vuoto culturale, usando l'ironia come strumento per affrontare tematiche profonde relative all'educazione, alla resilienza e al significato stesso dell'impegno umano.