Il mondo del giornalismo italiano perde una delle sue figure più significative. Eleonora Puntillo, universalmente conosciuta come Nora, ci ha lasciato all'età di 89 anni, portando con sé decenni di impegno e dedizione al racconto critico della realtà meridionale. Una carriera straordinaria quella della professionista nata a Napoli il 29 agosto 1938, che ha tracciato un solco profondo nella storia della stampa del Mezzogiorno.

Laureata in Filosofia presso l'Università Federico II, Puntillo ha intrapreso giovanissima il sentiero della comunicazione. Dopo le prime esperienze presso il giornale locale Il Vomero, è approdata alla redazione dell'Unità, dove ha conseguito il riconoscimento di giornalista professionista nel 1965. Da quel momento la sua penna si è mossa tra le principali testate italiane: è stata cronista e inviata per Paese Sera, ricoprendo anche il ruolo di caposervizio, ha collaborato con Repubblica, ha curato le sezioni di cronaca del quotidiano Roma e nei decenni successivi si è divisa tra il Corriere del Mezzogiorno, Polizia e Democrazia, L'Europeo, Panorama e Noi Donne.

Ma quello che ha davvero contraddistinto il lavoro di Nora Puntillo è stata la sua scelta tematica consapevole. I suoi articoli si sono concentrati sulla cronaca della città partenopea, analizzando con spirito critico i processi di trasformazione urbanistica e sollevando questioni cruciali legate all'ambiente e alla sostenibilità. Ha saputo unire il rigore dell'indagine giornalistica con una sensibilità verso i temi civili che caratterizzano le spinte sociali progressive, tracciando un dialogo costante tra realtà metropolitana e coscienza collettiva.

Con la scomparsa di Nora Puntillo se ne va una testimone privilegiata di mezzo secolo di cambiamenti nel Meridione, una voce che ha saputo narrare il territorio non con nostalgia sterile, ma con lo strumento critico di chi vuole contribuire a comprenderlo e migliorarlo. La sua eredità rimane nei testi pubblicati, nelle inchieste realizzate e nell'esempio di dedizione che ha rappresentato per le generazioni di giornalisti che l'hanno seguita.