Il latino continua a essere relegato ai margini del sistema scolastico italiano, non perché effettivamente defunto, ma perché rappresenta uno sforzo intellettuale in un'epoca che premia l'immediatezza. A sostenerlo è Cristina Dell'Acqua, insegnante di lingue classiche presso un liceo e scrittrice, che contesta frontalmente le due accuse storiche mosse contro la lingua di Cicerone: quella di essere morta e quella di essere eccessivamente faticosa. "Se la consideriamo tale semplicemente perché non la parlano i neonati e non circola nelle conversazioni quotidiane, allora sbagliamo prospettiva", spiega Dell'Acqua. "Piuttosto la descriverei come perenne. Il latino vive continuamente dentro le parole che utilizziamo senza nemmeno accorgercene, nell'origine etimologica di termini che usiamo ogni giorno".

La questione dello sforzo, prosegue la docente, è più delicata ma altrettanto fuorviante. È innegabile che affrontare una versione latina o immergersi negli scritti degli autori classici richieda dedizione e pazienza. Tuttavia, aggiunge Dell'Acqua, esattamente questa fatica rappresenta il valore pedagogico più significativo. "Tradurre un testo significa fermarsi, investire tempo consapevolmente, accettare che non ogni cosa possa essere compresa al primo sguardo. In un momento storico dove vogliamo tutto istantaneamente, il latino insegna la profondità. È un esercizio di concentrazione che ci sottrae dalla continua frenesia in cui siamo immersi".

Ciò che colpisce Dell'Acqua è il paradosso per cui l'Italia, culla della civiltà latina, tende a svalutare un patrimonio che altre culture, dalla Cina agli Stati Uniti, stanno riscoprendo con crescente interesse. Nel corso degli anni, il latino è stato progressivamente eliminato dai curricula scolastici: prima dalle scuole medie, successivamente dai licei scientifici. "È come se scartassimo deliberatamente le fondamenta della nostra eredità culturale", osserva. "A volte, nel tentativo di rendere le lingue classiche più attraenti, le snaturiamo completamente. Cercare di rendere il latino 'leggero' può essere positivo, ma leggero non deve significare superficiale. Trasformare questa lingua in un gioco significa tradire la sua essenza più profonda".

La docente ricorda un celebre verso del poeta Orazio, dove egli stesso si definisce "ventosus" per esprimere la propria irrequietezza. "Oggi affidiamo all'intelligenza artificiale le attività che ci consumano tempo, ma se il tempo libero non è riempito di significato, cosa ci rimane se non l'angoscia?", si chiede. "Mi sembra il barometro perfetto del momento contemporaneo". Nonostante le critiche al sistema italiano, esiste un aspetto paradossale: l'Italia rimane comunque tra i pochi paesi occidentali dove il latino continua a essere insegnato con una certa continuità, raggiungendo ancora centinaia di migliaia di studenti ogni anno. Una contraddizione che racchiude il conflitto culturale del nostro tempo.