Vincenzo Camporini, già a capo dello Stato Maggiore della Difesa e dell'Aeronautica, non nasconde il pessimismo sulla situazione mediorientale. Secondo l'ufficiale, chi sperasse in una pace stabile o in un cessate il fuoco duraturo "si è illuso", bastava analizzare il memorandum sottoscritto per comprendere quanto fossero ristretti i margini di accordo tra le parti. Le divergenze tra i vari attori in gioco, avverte, non sono questioni marginali ma questioni di sostanza che dividono profondamente.

Il nucleo della discordia riguarda il programma nucleare iraniano. Teheran, sottolinea Camporini, non ha mai abbandonato le sue ambizioni atomiche: lo dimostrano le enormi difficoltà che l'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha incontrato nel passato per effettuare verifiche sul territorio persiano. Questa posizione è ormai consolidata nella strategia della Repubblica Islamica e non accenna a modificarsi. Altrettanto irrealistico, prosegue l'ex vertice militare, sperare in un cambio di regime, uno scenario che resta completamente fuori dalle possibilità concrete.

Ma l'elemento che più preoccupa Camporini è il controllo dello Stretto di Hormuz, trasformatosi in un'arma formidabile nelle mani del regime iraniano. La gestione di questo canale cruciale per il commercio mondiale è diventata "uno straordinario strumento per strangolare l'economia": una leva di potere che prima non esisteva e che, avverte il generale, non sarà più sottratta a Teheran. La libertà di navigazione in quell'area è ormai "un capitolo chiuso" e rappresenta "un terrificante precedente" per il diritto internazionale. Per illustrare le conseguenze globali di questo scenario, Camporini formula un'ipotesi provocatoria: domani potrebbe succedere che Spagna e Marocco richiedano un pedaggio per il passaggio di Gibilterra, rovesciando completamente le regole del commercio mondiale consolidate nel tempo.

Riguardo alla possibilità di un conflitto a bassa intensità e indefinito, Camporini si dichiara scettico: un'eventualità simile non sarebbe sostenibile economicamente e politicamente da nessuno, nemmeno dagli Stati Uniti. Tuttavia, rimane cruciale osservare come si evolveranno gli equilibri regionali, in particolare le divergenze emergenti tra le cosiddette petromonarchie del Golfo. L'Oman, in particolare, sta assumendo posizioni ambigue su Hormuz, probabilmente attratto da vantaggi economici personali. Questa mancanza di coesione tra i paesi arabi, diversamente da quanto avviene per l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, non fa che complicare ulteriormente la stabilizzazione dell'area.