Roma ospita fino al 17 luglio la prima personale italiana di Danh Vo, uno dei nomi più significativi della scena artistica internazionale contemporanea. L'artista, nato in Vietnam nel 1975 e cresciuto in Danimarca, porta nella capitale una riflessione profonda sulla memoria, l'identità e il modo in cui le tracce storiche si depositano nelle nostre vite. "Mi considero un contenitore che ha ereditato infinite testimonianze del passato, senza però ricevere una direzione precisa", dichiara l'artista, sintetizzando così il nucleo del suo operato che lo ha visto esporre nei più prestigiosi musei del mondo, dall'Art Institute di Chicago al Guggenheim di New York, fino alla Collezione Pinault di Parigi.
La mostra è il risultato di una convergenza inaspettata tra il collezionista Nicola del Roscio e l'artista berlinese, entrambi affascinati dal mondo della botanica. Se Vo ha sviluppato questa passione grazie ai giardini della sua fattoria Güldenhof, situata nella campagna tedesca a nord di Berlino, nonché attraverso l'amicizia con una coppia che gestisce un fioraio sotto il suo appartamento, del Roscio ha invece curato negli anni un importante parco botanico a Gaeta, dove ha raccolto rare varietà di palme provenienti da diverse regioni del mondo. È proprio questo interesse condiviso per il regno vegetale a costituire il filo conduttore dell'esposizione romana.
Gli spazi della Fondazione sono stati trasformati in un paesaggio simbolico dove le opere dialogano costantemente con la storia di Roma, l'eredità del cattolicesimo e la biografia personale dell'artista. Tra le creazioni più suggestive figura Untitled, realizzata nel 2021: un frigorifero basso di forma quadrata posizionato al cuore dello spazio, che racchiude un calco in bronzo dei piedi dell'artista berlinese Heinz Peter Knes. Un dettaglio inquietante: le unghie sono rivestite di lacca multicolore e disposte in una postura che rievoca il corpo di Cristo nelle rappresentazioni crucifissi tradizionali, creando un cortocircuito tra sacralità cristiana e irreverenza contemporanea.
Questa operazione curatoriale rappresenta uno sforzo di contaminazione tra linguaggi artistici diversi: l'installazione si nutre dell'iconografia religiosa europea, della ricerca botanica come disciplina scientifica e spirituale, della memoria personale e collettiva che permea la città eterna. La mostra invita dunque il visitatore a riflettere su come la storia non sia una struttura monolitica, ma piuttosto un insieme di stratificazioni che ciascuno di noi porta dentro di sé. L'iniziativa romana marca un momento cruciale per la ricezione italiana di uno dei protagonisti assoluti dell'arte globale contemporanea, uno spazio dove la sensibilità botanica incontro la riflessione sulla temporalità.