Nella gestione della comunicazione politica, nemmeno le dittature teocratiche rimangono indifferenti al potere dei social media. Durante i funerali di Khamenei, il regime iraniano ha adottato una strategia sofisticata: invitare a Teheran una nutrita delegazione di influencer, content creator e giornalisti indipendenti stranieri per documentare l'evento attraverso i loro canali digitali. L'obiettivo dichiarato era trasmettere al mondo un'immagine di lutto spontaneo e unitario, amplificato dalla viralità delle piattaforme online.

Secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa governativa iraniana Hamshahri News, gli invitati avevano il compito di raccontare non solo il cerimoniale funebre, ma anche l'atmosfera sociale del Paese, enfatizzando sentimenti di empatia, coesione nazionale e solidarietà popolare. La testata controllata da Teheran ha sottolineato come questi osservatori dovessero trasmettere una narrazione "senza censura" della realtà iraniana, un'affermazione che stride con il contesto autoritario della Repubblica Islamica. Parallelamente, lo stesso organo di stampa aveva precedentemente diffuso immagini di leader internazionali da prendere di mira, includendo il Premier italiano Giorgia Meloni.

Tra i nomi più noti della delegazione figurava Jackson Hinkle, attivista americano e co-fondatore del partito comunista statunitense, con circa 3,86 milioni di follower su X (ex Twitter). Accanto a lui, lo scrittore e documentarista investigativo Max Blumenthal, che vanta 854 mila follower sulla stessa piattaforma, e Muhammad Ahmed dalla Libia, con 54 mila iscritti. Completavano il gruppo la britannico-pakistana Bushra Sheikh (oltre 160 mila follower), il giornalista pakistano Ehsan Asif, il collega libanese Hussein Farhat e la britannica Sakina Dato. Una composizione geograficamente diversificata, probabilmente pensata per raggiungere audience differenti in varie aree geopolitiche.

Questa operazione rappresenta una testimonianza dell'evoluzione della propaganda autoritaria nell'era digitale. Laddove i regimi totalitari del passato controllavano rigidamente i media tradizionali, le moderne teocrazie comprendono che la credibilità risiede nell'apparente neutralità di osservatori esterni. Selezionando influencer con posizioni critiche verso l'Occidente o comunque portatori di visioni alternative, il regime iraniano mira a generare contenuti che possiedano una patina di autenticità maggiore rispetto alla comunicazione ufficiale. Il risultato è una forma di court jacking mediatico dove il dissenso stesso viene cooptato per amplificare narrazioni favorevoli al potere.

Questo modello operativo solleva interrogativi importanti sulla libertà e l'indipendenza dei creator globali. Quando influencer con milioni di follower accettano inviti da governi autoritari, il pubblico delle loro piattaforme riceve un contenuto filtrato e curato da regimi che sopprimono sistematicamente le libertà civili. La viralità democratica dei social network, in questo caso, diventa uno strumento di controllo narrativo nelle mani di chi dispone delle risorse per organizzare simili operazioni di visibilità.