Raffaele Viviani continua a essere una figura centrale del teatro italiano, anche se spesso relegato all'ombra del più celebre Eduardo De Filippo. La sua grandezza risiede nella capacità di trasformare il gergo popolare dei bassi napoletani in una forma d'arte genuina e profonda, ricca di realismo e di una saggezza che travalica i confini regionali. Accanto ad Eduardo, rimane l'autore più significativo della tradizione teatrale partenopea, meritevole di una riscoperta costante.

Dal 13 luglio al 26 luglio, il teatro Franco Parenti di Milano ospita la rassegna 'Milano nobilissima', diretta dal regista Geppy Gleijeses, noto estimatore del teatro napoletano e profondo conoscitore della drammaturgia vivianiana. La programmazione propone due opere fondamentali: 'Don Giacinto' e 'La musica dei ciechi', entrambi capolavori che condensano i temi ricorrenti dell'autore. Quest'ultimo testo, talvolta erroneamente accostato ai 'Ciechi' di Maeterlinck per la presenza del medesimo soggetto, si distingue per una prospettiva radicalmente diversa: mentre il simbolista belga costruisce una visione astratta dell'incapacità umana, Viviani sviluppa una meditazione concreta sull'impossibilità dei personaggi di comprendere e controllare il proprio destino.

Il linguaggio di Viviani è quello della strada, dei vicoli affollati di pescatori, emigranti, ferrovieri e venditori ambulanti. Non è una scelta puramente stilistica, ma una dichiarazione politica e umana: ogni parola, ogni espressione dialettale, porta con sé il peso della miseria, della lotta quotidiana, della dignità dei poveri. I suoi personaggi non attendono salvezza divina o esterna; vivono attraverso espedienti, burle e scherzi a volte crudeli, alternando sofferenza genuina con comportamenti stravaganti e imprevisti.

La comparazione con altri grandi autori della tradizione mondiale non è peregrina: alcuni critici hanno ravvisato affinità con il Ruzante cinquecentesco nella dimensione linguistica, con Gorki per la rappresentazione dei bassifondi e con Bertolt Brecht per l'alternanza di dialoghi e musiche composte dallo stesso Viviani. Queste connessioni testimoniano la portata universale di un'opera profondamente radicata nel particolare locale.

Un tentativo significativo di liberare Viviani dai vincoli geografici avvenne nel 2000, quando il regista Mario Martone mise in scena i 'Dieci Comandamenti' trasformando il quartiere di Montesanto a Napoli in un enorme palcoscenico, utilizzando la formula del teatro nel teatro. Un esperimento che dimostrava come l'universo vivianiano potesse expandersi oltre i confini della provincia napoletana, purché la sua autenticità venisse preservata. La programmazione milanese prosegue in questa direzione, portando a un pubblico più vasto una drammaturgia troppo spesso sottovalutata dalla critica nazionale.