Torino ospita un paradosso che tocca un aspetto delicato della vita cittadina: mentre altre metropoli italiane mantengono prezzi contenuti per la cremazione, il capoluogo piemontese ha scelto di applicare il massimale stabilito dalla normativa nazionale. Chi decide di cremare un proprio caro nella città della Mole deve pagare 724,38 euro per la sola prestazione di cremazione (cifra fissata dal Decreto Ministeriale del 16 maggio 2006), senza contare le spese aggiuntive per il servizio funebre vero e proprio. A titolo di confronto, Milano chiede circa 325 euro, Roma 510 e Genova tra i 470 e i 600 euro.

La domanda che sorge spontanea è comprensibile: il Comune di Torino, già noto per la sua pressione fiscale sui residenti, starebbe facendo "cassa" anche su un servizio tanto sensibile come questo? La realtà dei fatti è ancora più singolare. La gestione degli impianti di cremazione torinesi è affidato alla SOCREM, un'associazione appartenente al Terzo Settore che conserva questo incarico da oltre cento anni. Il Comune incassa da questa partnership esattamente 2.500 euro l'anno: una somma irrisoria se paragonata agli incassi complessivi derivanti dalle tariffe applicate ai cittadini.

Questo modello gestionale rappresenta un'anomalia nel panorama nazionale. In molti comuni italiani, gli impianti di cremazione sono gestiti direttamente dall'amministrazione oppure affidati a gestori privati che hanno investito nella costruzione e manutenzione degli impianti stessi. In cambio della concessione, questi operatori versano al Comune una percentuale sui ricavi al netto delle spese sostenute. Torino ha invece mantenuto intatta una convenzione risalente al secolo scorso, senza procedere a una rinegoziazione che potrebbe ridistribuire più equamente i benefici economici della gestione del servizio.

Sotto il profilo ambientale e urbanistico, la questione assume una rilevanza ancora più profonda. A livello nazionale, le cremazioni hanno raggiunto quasi il 40 per cento del totale dei decessi, con percentuali ben superiori nel Nord Italia: Emilia-Romagna, Piemonte e Friuli Venezia Giulia superano tutti il 60 per cento. Questa tendenza è positiva poiché consente di contenere l'espansione dei cimiteri cittadini, riducendo il consumo di suolo e limitando il degrado estetico e igienico. Le tariffe elevate, al contrario, potrebbero costituire un freno a questa pratica più sostenibile.

L'assenza di impianti diffusi nel Meridione genera inoltre fenomeni di migrazione post-mortem: le salme vengono trasportate in altre regioni alla ricerca di servizi di cremazione a costi inferiori, un paradosso che aggiunge all'ironia già macabra della situazione. La questione torinese rimane dunque irrisolta: una gestione ultracentenaria che non viene aggiornata, tariffe al massimo consentito, e una città che non riesce a trovare un equilibrio tra sostenibilità territoriale e costi per i cittadini.