Un terremoto ha riportato Israele in Venezuela dopo quasi due decenni di ostilità. La presidente Delcy Rodríguez ha formalmente affidato la gestione della fase operativa della ricostruzione di Caracas e La Guaira alle Forze di difesa israeliane (Idf), rovesciando una posizione storica che aveva caratterizzato la politica estera chavista. L'accordo è stato siglato l'8 luglio a Palazzo di Miraflores, durante un incontro che ha visto la partecipazione del brigadiere generale Elad Edri, a capo della delegazione israeliana composta da 32 esperti, e del ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar, collegato in videoconferenza. Il governo israeliano ha esteso di due settimane la permanenza della missione sul territorio venezuelano, ufficialmente per "avviare l'implementazione del Piano di ricostruzione" redatto da esperti di Tel Aviv.

Il progetto, denominato "Project for the reconstruction of the future", viene inserito nel quadro della "Gran misión Venezuela renace", lanciata da Rodríguez il 7 luglio. La portata dell'intervento è significativa: il censimento degli edifici residenziali danneggiati a Caracas e La Guaira tocca circa 1.300 strutture, classificate secondo tre livelli di rischio e abitabilità. Prevista anche la rimozione di 1,2 milioni di tonnellate di macerie, mentre società specializzate come Xtend e SmartAid forniranno tecnologia per droni, impianti di potabilizzazione e rifornimenti energetici per le strutture sanitarie. L'operazione gode del sostegno degli Stati Uniti, che ha bloccato otto miliardi di dollari in proventi petroliferi a New York e potrebbe renderli disponibili per finanziare l'iniziativa.

La collaborazione rappresenta una frattura netta con il passato. Rodríguez, anni fa, aveva denunciato il blitz americano del 3 gennaio che portò all'arresto dell'ex presidente Nicolás Maduro come un'operazione dai "contorni sionisti", volta a sottomettere il Venezuela alle potenze occidentali e impadronirsi delle sue risorse naturali. Oggi la stessa dirigente descrive la presenza israeliana come il contributo di "un gruppo altamente qualificato e professionale" incaricato di valutare "la stabilità strutturale delle nostre città". Una giustificazione tecnica che cela una trasformazione geopolitica più profonda.

Mentre le élite governative mantengono il silenzio, le proteste emergono dalle basi militanti. La Piattaforma internazionale della causa palestinese attiva nel Paese ha denunciato "la presenza di fattori sionisti in Venezuela", esprimendo preoccupazione per quella che percepisce come un'infiltrazione ideologica e politica mascherata da intervento umanitario. La frattura tra la dirigenza e le componenti più radicali dello schieramento chavista rivela quanto profonda sia la tensione generata da questa svolta diplomatica, che sancisce l'abbandono di due decenni di politica estera anti-israeliana in favore di un pragmatismo legato alla gestione della crisi.