Mario Adinolfi, noto giornalista e fondatore del movimento Popolo della Famiglia, si trova attualmente agli arresti domiciliari con l'accusa di truffa ai danni di numerose persone coinvolte in quella che è stata definita una «scommessa collettiva». Durante l'interrogatorio dinanzi al giudice per le indagini preliminari e al pubblico ministero Maurizio Arcuri, l'ex deputato ha deciso di passare al contrattacco, negando categoricamente le accuse e presentando una propria versione dei fatti.

Secondo la difesa di Adinolfi, l'operazione sarebbe stata vantaggiosa per molti dei partecipanti: almeno novanta persone, a suo dire, avrebbero ricavato profitti dalle somme investite. Tra questi beneficiari cita notai, professori e colleghi giornalisti, alcuni dei quali avrebbero addirittura ricevuto indietro il doppio di quanto versato. L'imputato sottolinea inoltre che alcuni partecipanti gli sarebbero ancora debitori di denaro. La sua tesi principale è che il gioco d'azzardo comporta intrinsecamente rischi e possibilità di vittoria o sconfitta, e che le denunce provengono esclusivamente da coloro che hanno subito perdite economiche.

Riguardo alle accuse specifiche, Adinolfi chiarisce che i versamenti mensili di 1800 euro alla propria madre, continuati per quasi quattro anni, rappresentavano il rimborso di somme precedentemente prestate. Per quanto concerne i viaggi alle Maldive e altri presunti stili di vita lussuosi finanziati con i soldi degli scommettitori, nega si tratti di veri e propri lussi, descrivendo le indicazioni sulle causali bancarie come semplici simboli di riconoscimento per il lavoro svolto. Ammette tuttavia che, in retrospettiva, questa pratica è stata imprudente e riconosce di aver commesso un errore di superficialità.

Adinolfi attribuisce l'escalation dei problemi alla trasmissione televisiva «Le Iene», affermando che precedentemente l'attività funzionava regolarmente perché era la clientela stessa a cercarlo, consapevole della sua reputazione come giocatore di poker esperto. Sostiene di aver promesso di far fruttare i capitali investiti almeno dieci volte. Sul tema della regolamentazione del gioco, rivela di aver presentato interpellanze parlamentari per chiedere una migliore normativa, contrapponendo la sua attività a quella dello Stato, che secondo lui trae illeciti profitti da giochi come il SuperEnalotto.

Sulla questione fiscale, la posizione di Adinolfi è che avrebbe sempre rispettato scrupolosamente la legge, argomentando che le vincite al poker generano obblighi tributari per il concessionario, non per il vincitore. Estende questo ragionamento alle scommesse online, ritenendo che il principio dovrebbe applicarsi uniformemente. La difesa intende quindi demolire l'immagine di truffatore dipinta dall'accusa, presentando una narrazione in cui Adinolfi sarebbe un professionista del gioco che ha gestito una forma di investimento collettivo dove molti hanno effettivamente guadagnato.