Dopo cinquant'anni di assenza dalle sale, uno dei capolavori del genere horror italiano tornerà a spaventare gli spettatori il 13 luglio. Si tratta di 'La casa dalle finestre che ridono', il film diretto da Pupi Avati che ha segnato la storia del cinema di genere nazionale. La distribuzione è affidata a CG Entertainment in collaborazione con Cat People, in occasione di questo significativo anniversario dalla sua prima uscita.

La trama segue Stefano, un giovane restauratore interpretato da Lino Capolicchio, che viene incaricato di recuperare un inquietante affresco raffigurante il martirio di San Sebastiano. L'opera, realizzata dal misterioso pittore Buono Legnani, si trova in una piccola chiesa isolata nella campagna della provincia di Ferrara. Nel corso dei suoi lavori di restauro, il protagonista si ritrova immerso in una spirale di eventi sovrannaturali e decessi inspiegabili che lo costringono a indagare sul passato oscuro dell'artista defunto, un uomo tormentato che aveva posto fine ai suoi giorni.

Gli abitanti del paese mantengono un silenzio sospetto, come se custodissero un segreto collettivo. Solo il tassista Coppola, interpretato da Gianni Cavina e caratterizzato da un marcato difetto alcolico e un carattere scontroso, si rivela parzialmente disponibile a raccontare ciò che accade dietro le quinte della comunità locale. Secondo lo stesso Avati, il film affonda le radici in una storia vera: i nonni del regista gli raccontavano di un'esumazione effettuata negli anni Venti a Sasso Marconi che portò alla scoperta di resti femminili in una tomba intestata a un ecclesiastico, un aneddoto che terrorizzava le serate invernali intorno al camino.

Definibile come 'gotico padano', il film rappresenta una fusione affascinante tra il genere horror e l'atmosfera della provincia emiliana. Le location scelte - case diroccate, ambienti dall'atmosfera olemica, abitanti circospetti - contribuiscono a creare un senso di inquietudine costante. La dimora principale del titolo non esiste più: il casolare utilizzato per le riprese, situato presso Malalbergo nel Bolognese, era già in condizioni critiche durante la lavorazione e venne demolito subito dopo la conclusione del film.

Tornato in sala dopo essere stato completamente girato in soli cinque settimane tra aprile e maggio del 1976 nelle province di Comacchio, Minerbio e altre zone dell'Emilia-Romagna, il film si rivelò come un successo inaspettato al botteghino. Realizzato con risorse limitate, incassò oltre 700 milioni di lire, consolidando la reputazione di Avati nel genere e trasformandosi nel corso dei decenni in un autentico film di culto. Il riconoscimento critico arrivò anche dal circuito internazionale, dove il film ottenne premi significativi nei principali festival europei.