La morte di Peppino di Capri, avvenuta l'11 luglio scorso nella sua isola a 87 anni, lascia uno spazio vuoto nella memoria collettiva della musica italiana. Ma il cordoglio per la scomparsa di Giuseppe Faiella apre una finestra più ampia su una questione che travalica il singolo artista: il rischio progressivo di dimenticare una generazione di straordinari musicisti che hanno costruito il patrimonio sonoro del nostro Paese con dedizione e coerenza artistica.
In un panorama dove l'industria discografica insegue ossessivamente la viralità del momento, con successi che brillano per pochi mesi prima di essere rimpiazzati da altre tendenze, emergono nomi che meriterebbero ben più attenzione. Alan Sorrenti, classe 1950, nato a Napoli da genitori entrambi musicisti—il padre pittore e cantante, la madre cantante gallese—rappresenta bene questo profilo di artista versatile e coraggioso. La sua traiettoria professionale rivela un musicista capace di reinventarsi: dagli esperimenti progressivi dei primi anni Settanta fino ai successi pop che ancora oggi accompagnano le nostre giornate. Proprio quella capacità di mutamento lo distingue dalla massa dei performer monocromatici odierni.
La carriera di Sorrenti non è stata priva di ostacoli. Durante gli anni Ottanta, vicissitudini legali lo coinvolsero in un'accusa di traffico di stupefacenti—completamente infondata—che lo isolò temporaneamente dalla scena pubblica. Eppure, dimostrò una resilienza invidiabile, tornando a esplorare linguaggi musicali nuovi e affrontando sia momenti di grande visibilità che periodi di relativo silenzio. In un'intervista al quotidiano La Stampa, Sorrenti raccontò come il suo brevissimo periodo da pop star gli causasse disagio: «Quando vinsi il Festivalbar nel 1979 mi demandai se dovessi assumere il ruolo da superstar. Mi concessi il lusso di apparire presuntuoso, ma era chiaro che non era la mia strada. Credevo che il pubblico mi avrebbe seguito verso il rock, invece giunse l'insuccesso». Quella consapevolezza della propria autenticità lo salvò. Scoprire il buddismo rappresentò un punto di svolta: «Quella pratica mi ha aperto orizzonti inediti, permettendomi di ritrovare la mia luce personale e di riconoscerla negli altri».
I numeri attuali sulla piattaforma Spotify testimoniano quanto il suo catalogo rimanga vivo: quasi 900 mila ascolti mensili, con il brano «Figli Delle Stelle» che ha superato i 49,5 milioni di streaming. Brani come «Tu sei l'unica donna per me» e «Paradiso» mantengono una loro vitalità, seppur distanti dai radar del mainstream contemporaneo. Una situazione analoga riguarda Pino Mango e altri interpreti che, pur avendo lasciato un segno indelebile nella tradizione musicale italiana, rischiano progressivamente di scomparire dall'orizzonte delle nuove generazioni.