La trentatreesima edizione di Artissima si prepara a sollevare una questione che va oltre il semplice scambio di opere d'arte. Luigi Fassi, alla guida della manifestazione torinese, ha affrontato un interrogativo che accompagna ogni fiera d'arte contemporanea: può un'istituzione dedicata al commercio dell'arte fungere al contempo da laboratorio culturale? La risposta non è scontata, perché rimane la consapevolezza che ogni discussione intellettuale avviene comunque all'interno di uno spazio dove funzionano i meccanismi del mercato, con stand, prezzi e transazioni economiche che rimangono il motore principale.

La manifestazione, che si svolgerà all'Oval Lingotto di Torino dal 30 ottobre al 1° novembre, adotta quest'anno il tema "Fancy: A Flexible, Acrobatic Body", una formulazione che vuole andare oltre la mera cornice teorica. Il concetto riprende la riflessione della filosofa Martha C. Nussbaum sulla capacità di immaginare ciò che ancora non esiste, di spostare i confini e di non rassegnarsi al presente come unica realtà possibile. L'immagine dell'acrobata non rappresenta eleganza formale, bensì il coraggio del rischio: l'equilibrio precario che esiste solo perché la caduta rimane possibile.

Applicando questa metafora ad Artissima, emerge un interrogativo centrale: fino a che punto una fiera può realmente essere audace senza trasformare la propria diversità in mero elemento di marketing? La sfida che Fassi intende affrontare riguarda la capacità di mantenere una genuina ambizione culturale senza che questa diventi semplice narrazione commerciale. La tensione tra la missione commerciale intrinseca a qualsiasi fiera e il desiderio di orientare l'immaginazione collettiva rimane il terreno su cui si misura l'autenticità di questo progetto.

Secondo quanto dichiarato alla stampa lo scorso 2 luglio, l'obiettivo della trentreesima edizione è offrire uno spazio dove ricerca, fantasia e responsabilità culturale diventino protagonisti nel dialogo tra gallerie, collezionisti e pubblico. Non si tratta di negare la realtà economica della manifestazione, ma di integrarla consapevolmente in un progetto più ampio che ambisce a influenzare il modo in cui l'arte contemporanea viene pensata e collezionata. La questione rimane aperta: sarà possibile mantenere questo equilibrio senza che l'uno prevalga sull'altro?