Un dettaglio che potrebbe riscrivere la storia processuale del delitto di Garlasco emerge dalla nuova inchiesta della Procura di Pavia. Stefania Cappa, cugina della vittima Chiara Poggi, ha raccontato ai carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano Moscova il 5 maggio scorso un episodio inquietante rimasto apparentemente fuori dagli atti ufficiali: la giovane donna, presente in casa il giorno di un presunto allarme esterno, avrebbe visto la sua gemella scattare fuori di casa in strada correndo, indossando solo il pigiama bianco.

Secondo la testimonianza resa oralmente, Chiara avrebbe indossato un pigiamino composto da canottiera a spalla larga e pantaloncino corto, insieme agli infradito, per scendere in strada via Pascoli. "Lei era molto spaventata", ha dichiarato Stefania, sottolineando il carattere improvviso e emotivo della reazione. Un particolare che, se confermato, avrebbe conseguenze enormi sul processo: la difesa di Alberto Stasi si era basata sulla premessa che la vittima non avrebbe mai aperto la porta a uno sconosciuto mentre indossava il pigiama, da cui derivava la conclusione che l'assassino dovesse essere qualcuno a lei noto.

Ciò che rende ancora più problematica la situazione è l'affermazione di Stefania Cappa secondo cui questa circostanza sarebbe stata già comunicata agli investigatori dell'epoca: "Sono sicura di aver raccontato questa storia anche agli inquirenti di allora, credo che fosse negli atti dell'indagine". Eppure, una ricerca nei documenti ufficiali non ha prodotto alcuna traccia di questa testimonianza. L'assenza rappresenta un buco investigativo significativo che la Procura pavese sta ora esaminando con attenzione.

La riapertura del fascicolo ha già portato a un cambio di direzione importante: gli inquirenti hanno tolto Alberto Stasi dalla posizione di principale sospettato e hanno rivolto l'attenzione verso Andrea Sempio come possibile autore dell'omicidio della ventiseienne. L'episodio dell'allarme e la conseguente corsa in pigiama della vittima assumono dunque una rilevanza rinnovata nel contesto di questa nuova strategia investigativa, mettendo in discussione le modalità con cui, quasi venti anni fa, sono stati gestiti gli elementi cruciali del caso.

La testimonianza di Stefania Cappa solleva interrogativi sulle lacune documentali dell'inchiesta originale e sulla possibilità che elementi significativi siano stati sottovalutati o non adeguatamente registrati negli atti. A distanza di circa due decenni dal delitto, emerge così una storia "alquanto inquietante" che aveva colpito profondamente il ricordo della testimone e che, apparentemente, era stata trascurata nel corso della precedente procedura giudiziaria.