Scena cruciale nel processo che da anni tiene banco sulla morte di Giulio Regeni. Durante l'udienza davanti alla prima Corte d'Assise, gli avvocati d'ufficio dei quattro imputati - Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr, tutti ufficiali della National Security egiziana - hanno presentato una difesa netta: il ricercatore friulano non sarebbe stato rapito dai loro assistiti, bensì da organizzazioni terroristiche che operavano in Egitto in quel periodo.

Secondo la ricostruzione delle difese, l'interesse del regime del Cairo a mantenere buone relazioni con l'Italia avrebbe escluso ogni coinvolgimento degli apparati di sicurezza. Gli avvocati hanno inoltre sottolineato come il governo egiziano e le autorità locali abbiano sempre smentito responsabilità dirette, e hanno citato la «piena collaborazione» del Cairo con Roma nei limiti della legislazione vigente. A loro dire, Regeni sarebbe stato considerato una spia dai trafficanti ambulanti affiliati ai Fratelli Musulmani che lo avrebbero sequestrato.

Gli avvocati hanno anche contestato il depistaggio denunciato dall'accusa, affermando che non ci sarebbero evidenze concrete che i fatti del 24 marzo 2016 - riferiti dalla magistratura egiziana a una banda di rapinatori - rappresentino effettivamente un tentativo di deviare le indagini italiane. Nel corso dei loro interventi, i legali hanno comunque espresso vicinanza al dolore della famiglia Regeni, affermando che il loro lutto merita pieno rispetto.

Ben diversa la posizione del procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, che nella requisitoria del 23 giugno ha chiesto l'ergastolo per Sharif e condanne a 17 anni e mezzo per gli altri tre imputati. Colaiocco ha tracciato un quadro durissimo: il regime egiziano, secondo l'accusa, ha deliberatamente scelto di proteggere i propri aguzzini, coprendoli anziché consegnarli alla giustizia. Ha inoltre rilevato il grado elevato degli imputati - un generale, due colonnelli e un maggiore - sottolineando come fossero pienamente consapevoli dei loro doveri istituzionali.

Il processo, che affonda le radici nel gennaio 2016 quando il giovane ricercatore scomparve al Cairo, continua a sollevare questioni cruciali sui diritti umani e sulla cooperazione internazionale. La sentenza è prevista dopo l'estate, in un caso che ha catturato l'attenzione mediatica globale e continua a dividere l'opinione pubblica sulla responsabilità del governo egiziano.