Massimo Giletti torna a occuparsi del caso della bomba contro Sigfrido Ranucci e solleva dubbi significativi attraverso i suoi canali social. Secondo il conduttore de «Lo Stato delle cose» su Rai3, la storia non si limita al solo Valter Lavitola, amico e intermediario del giornalista di Report. Giletti parla dell'esistenza di un secondo personaggio rilevante, descritto come frequentatore abituale del ristorante «Il Cefalù», lo stesso locale collegato a Lavitola. Gli investigatori starebbero valutando se questo soggetto abbia agito volontariamente o involontariamente nel contesto dell'attentato. L'unica informazione che Giletti sente di rendere pubblica è che l'individuo in questione risulterebbe «estremamente preoccupato» rispetto all'andamento delle indagini.
A complicare ulteriormente il quadro investigativo si aggiunge il mistero attorno al nome «Corrado», ricorrente nelle comunicazioni tra gli autori dell'attentato. Resta irrisolto il quesito fondamentale: si tratta di uno pseudonimo oppure dell'identità effettiva di una persona coinvolta? Il giornalista non esclude nemmeno la possibilità di ulteriori sviluppi sorprendenti nel corso delle indagini.
Un aspetto tecnico assume rilevanza particolare nell'analisi di Giletti. L'ordinanza redatta dalla dottoressa Iole Morica specifica l'uso di un detonatore a miccia lenta, simile agli inneschi storicamente utilizzati nelle miniere e nelle cave. Per Giletti questo dettaglio non è affatto marginale: rivelerebbe infatti il controllo consapevole della situazione da parte di chi ha azionato l'esplosivo sotto l'auto di Ranucci e di sua figlia. «Un detonatore a combustione lenta implica che chi ha compiuto l'attentato intendeva mantenere il controllo dell'operazione, senza l'obiettivo di provocare una strage», sottolinea il conduttore. Una considerazione che potrebbe spiegare anche la successiva dichiarazione di Ranucci, il quale, scoperto il coinvolgimento del suo amico Lavitola nelle indagini, ha dichiarato la convinzione che non vi fosse volontà di causare vittime di massa.
Rimane aperto infine un interrogativo cruciale e potenzialmente dirimente: chi era a conoscenza della presenza di Ranucci nella sua abitazione a Pomezia quella sera? Il giornalista non vi dimora costantemente, il che rende questa informazione tutt'altro che scontata. Secondo Giletti, qualcuno potrebbe aver fornito questa preziosa intelligence agli esecutori del piano. Si delinea così uno scenario in cui la domanda «chi ha tradito chi?» diventa centrale per comprendere pienamente le dinamiche dell'attentato.