Potreste trovarvi a discutere per ore con quello che credete essere il vostro candidato preferito, senza accorgervi di parlare con un'intelligenza artificiale. Accade negli Stati Uniti in vista delle elezioni di midterm di ottobre 2026, secondo quanto documentato da un'inchiesta giornalistica della NPR che getta luce su una pratica ormai diffusa nelle campagne elettorali americane.

Il meccanismo è semplice ma efficace: il primo messaggio che riceve l'elettore proviene da una persona reale, un volontario o un operatore della campagna. Ma non appena risponde, entra in gioco il software intelligente. Il bot, precedentemente addestrato sulla personalità, lo stile comunicativo e le posizioni politiche del candidato, prende il controllo della conversazione e replica entro mezz'ora, adattandosi persino alla lingua dell'interlocutore. Nel frattempo, il sistema raccoglie dati preziosi: le preoccupazioni dell'utente, i temi che lo interessano, le modalità attraverso cui potrebbe essere persuaso. Un'operazione di profilazione politica che avviene senza che l'cittadino ne sia pienamente consapevole.

Aziende specializzate stanno già costruendo fortune su questo modello. Tom Carroll, a capo di Convos, paragona il sistema al «miglior volontario che si possa avere». La sua piattaforma supportava dieci campagne nel 2025 e mira a raggiungere oltre cento nel 2026. Ancora più aggressivo il bilancio di Vector Political: il suo partner Marty Santalucia ha rivelato che gli utenti talvolta mantengono conversazioni con i loro agenti artificiali per ore intere. Nel 2026 l'azienda ha già inviato 2,5 milioni di messaggi e registra tra i 20 e i 30 mila dialoghi simultanei. Aaron Sheeks di Akillion, altra società in questo settore che allena modelli linguistici personalizzati, spiega che molti dei suoi clienti sono candidati politici intenzionati a «restituire la voce all'elettore» attraverso agenti sempre disponibili per rispondere su tematiche come sicurezza pubblica, istruzione e politica fiscale.

Una divisione netta sta emergendo tra gli schieramenti. Secondo la NPR, i candidati repubblicani stanno adottando la tecnologia con maggiore velocità rispetto ai democratici. Eric Wilson, stratega del fronte conservatore e direttore del Center for Campaign Innovation, vede nell'intelligenza artificiale generativa uno strumento strategico che permette alle campagne di «ottenere più risultati con meno risorse». Una logica che affascina sempre più team elettorali mentre il ciclo del 2026 si avvicina.

Ciò che preoccupa gli osservatori è l'asimmetria informativa: gli elettori ignorano di stare fornendo dati personali a sistemi automatizzati mentre credono di parlare direttamente con i candidati. Una pratica che solleva questioni etiche significative sulla trasparenza nei processi democratici e sul diritto alla privacy dei cittadini nel contesto della comunicazione politica.