Si sono aperte stamattina all'Aula bunker di Rebibbia a Roma le arringhe difensive nel processo per l'uccisione di Giulio Regeni. Dopo le requisitorie della Procura della Capitale, che ha chiesto l'ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e 17 anni e mezzo per gli altri tre imputati—Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e il colonnello Athar Kamel Mohamed Ibrahim—sono saliti in cattedra gli avvocati difensori dei quattro appartenenti alla National Security Agency egiziana. I legali Paola Armellin, Filomena Pollastro e Tranquillino Sarno hanno iniziato le loro controstorie, mentre domani toccherà ad Annalisa Ticconi, avvocato di Sharif, concludere il ciclo delle difese.
Secondo le arringhe degli imputati, il giovane ricercatore friulano non sarebbe stato sequestrato da uomini della sicurezza di Al Sisi, bensì da cellule terroristiche attive in Egitto negli anni successivi alla primavera araba. La difesa sostiene che il regime del Cairo non avrebbe avuto interesse a deteriorare i rapporti con l'Italia, e che proprio questo fatto proverebbe l'estraneità dei suoi assistiti. Gli avvocati sottolineano inoltre che le autorità egiziane hanno costantemente negato responsabilità dei loro apparati, interpretando questa negazione come una sorta di innocenza. Secondo la tesi della difesa, Regeni sarebbe stato percepito da alcuni esponenti dei Fratelli Musulmani come una talpa al servizio degli apparati del Cairo.
La narrazione costruita dai legali prosegue con lodi esplicite verso la presunta collaborazione del governo egiziano con l'Italia nelle indagini. Secondo questa versione, il Cairo avrebbe fornito il massimo supporto investigativo entro i confini della propria legislazione e degli accordi bilaterali vigenti. Una tesi che contraddice clamorosamente quanto emerso nel corso dei lavori processuali, dove sono state documentate ricostruzioni alternative lanciate dalle autorità egiziane, incluso l'episodio controverso del 24 marzo 2016, quando uomini del regime uccisero una banda di presunti criminali identificati successivamente come responsabili della morte di Regeni.
Non è mancato nemmeno un attacco alla stampa, accusata dalle difese di aver abbracciato le «suggestioni» della Procura senza vaglio critico. In questa prospettiva, i giornalisti sarebbero corresponsabili della costruzione mediatica che ha dipinto gli imputati come colpevoli. Le difese hanno contestato punto per punto la ricostruzione accusatoria, liquidando come non provate le accuse di sequestro pluriaggravato, lesioni personali e omicidio mosse dalla magistratura romana. La Prima Corte d'Assise di Roma continuerà ad ascoltare gli interventi fino alla chiusura dei lavori difensivi prevista per domani.