La morte di Antonella Di Ielsi e di sua figlia Sara Di Vita, avvenuta a ridosso delle festività natalizie nel comune molisano di Pietracatella, è stata causata da un avvelenamento da ricina. È questa la conclusione definitiva emersa dalla relazione autoptica firmata dai quattro medici legali Benedetta Pia De Luca, Francesco Giovanni Battista Laterza, Alessandro Locatelli e Daniele Merli, i quali hanno condotto le loro analisi insieme ai laboratori del centro antiveleni Maugeri di Pavia. L'inchiesta, che ha già visto il coinvolgimento dell'ospedale regionale Cardarelli di Campobasso, ora entra in una fase cruciale con il rilascio di questo importante documento di quasi 850 pagine.
Secondo i dati riportati dalle fonti di agenzia, gli esami tossicologici eseguiti sui campioni biologici delle due vittime hanno rilevato concentrazioni di tossine derivate dal ricino compatibili con un'intossicazione acuta. I consulenti hanno stabilito con ragionevole certezza che la sostanza letale sia stata ingerita per via orale, permettendo così di circoscrivere significativamente il momento dell'avvelenamento. Considerando che i primi sintomi clinici sono comparsi nella mattinata del 25 dicembre, gli esperti ritengono altamente probabile che l'esposizione al veleno sia avvenuta nella giornata del 23 o del 24 dicembre, in corrispondenza con i tradizionali pasti festivi.
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda la posizione dei cinque medici dell'ospedale Cardarelli attualmente sottoposti a indagine per omicidio colposo. Secondo l'interpretazione fornita dalla relazione peritale, emerge un elemento a loro favore: la massiccia quantità di tossine riscontrata negli esami chimici, l'inesistenza di un antidoto specifico e la progressione straordinariamente rapida della patologia rendono improbabile che un diverso approccio terapeutico avrebbe potuto modificare l'esito fatale. I quattro periti evidenziano infatti che, date le circostanze, nessun intervento sanitario avrebbe ragionevolmente potuto impedire il decesso delle pazienti.
Questa conclusione potrebbe rappresentare un punto di svolta nell'inchiesta, poiché tende a scagionare gli operatori sanitari da possibili negligenze nel trattamento. Tuttavia, rimangono ancora senza risposta le domande fondamentali: come la ricina è entrata in contatto con le vittime, chi ha deliberatamente somministrato il veleno e quale potrebbe essere stata la motivazione dietro un gesto così drammatico. Le indagini continueranno per chiarire le modalità e le responsabilità penali di coloro che hanno causato intenzionalmente l'avvelenamento.