Un professionista del foro siracusano ha imparato a proprie spese una lezione destinata a far discutere l'intera categoria: l'intelligenza artificiale generativa non è un archivio giuridico affidabile. La Corte d'Appello lo ha condannato a versare complessivamente 30mila euro dopo aver presentato quattro sentenze della Cassazione che, semplicemente, non esistevano. O meglio: le sentenze esistono, ma raccontano storie completamente diverse da quelle che il legale ha sostenuto in aula.
Il caso è stato portato alla luce dal giudice Alfredo Spitaleri nella sentenza numero 338/2026, depositata lo scorso 20 febbraio. Durante l'istruttoria, il magistrato ha deciso di verificare i precedenti citati dal difensore consultando direttamente la banca dati della Corte di Cassazione. Nessuna delle quattro citazioni (nn. 1216/2000, 8379/2006, 14795/2003 e 4553/2004) conteneva i passaggi che l'avvocato aveva riferito in giudizio. Spitaleri ha quindi concluso che il professionista aveva fatto ricorso a un sistema di generazione automatica del linguaggio senza sottoporre i risultati a una verifica minima sulle fonti effettive.
La sanzione è stata articolata in tre voci: 14.103 euro di spese legali a favore della controparte; altri 14.103 euro quale risarcimento per lite temeraria secondo l'articolo 96 del codice di procedura civile; infine 2mila euro versati alla Cassa delle Ammende, strumento legislativo pensato per scoraggiare comportamenti processuali scorretti. Nel dispositivo, il giudice ha sottolineato un concetto ormai fondamentale per la comunità forense: i modelli linguistici di grandi dimensioni non sono repertori di giurisprudenza, bensì macchine statistiche che producono testi plausibili dal punto di vista sintattico, ma completamente sganciati dalla realtà fattuale.
Non tutti, tuttavia, vedono la questione in termini catastrofisti. Giuseppe Gurrieri, vicepresidente della Camera penale locale, ha precisato che gli strumenti di intelligenza artificiale possono svolgere funzioni utili quando utilizzati correttamente: elaborare motivi di appello, analizzare documentazione estesa, integrarsi con banche dati giuridiche specializzate. Il nodo è la differenza cruciale tra uno strumento di supporto e una fonte normativa. Nel caso del legale siracusano, il confine è stato completamente oltrepassato.
La vicenda arriva in un momento di accesa discussione sulla regolamentazione dell'IA negli ambiti professionali. Se da un lato la tecnologia rappresenta un'opportunità di efficienza, dall'altro pone rischi concreti quando usata acriticamente. Una verifica rapida sugli archivi pubblici avrebbe impedito al professionista di citare sentenze inesistenti, ma la fiducia riposta negli output automatici gli è costata cara. Un monito che risuonerà negli studi legali italiani.