Il panorama internazionale dei giorni nostri presenta una complessità disarmante: dietro i titoli sensazionalistici di una stampa spesso priva di analisi profonda, si nasconde una realtà geopolitica che sembra sfuggire ai governi europei, o forse, deliberatamente ignorata. La successione di crisi internazionali ha seguito un copione apparentemente logico: l'interruzione dei flussi energetici da Mosca ha trasformato l'Europa in consumatore dipendente dai mercati americani del gas, una circostanza che molti analisti ritengono tutt'altro che casuale.

Il conflitto attuale che coinvolge Israele e l'Iran rappresenta il capitolo successivo di questa partita geopolitica globale. Gerusalemme ha tutto l'interesse nel veder cadere il regime iraniano, e per raggiungerlo non esita a spingere gli Stati Uniti verso l'escalation militare. Le ambizioni espansionistiche di Israele, radicate in narrazioni bibliche che prevedono confini dall'Egitto all'Eufrate, trovano nella destabilizzazione dell'Iran un ostacolo da rimuovere. Teheran, consapevole di questa minaccia da quattro decenni, ha costruito una strategia di deterrenza che va oltre lo scontro diretto: colpire chi sostiene i propri avversari diventa una scelta tattica inevitabile.

Dal punto di vista dei vantaggi materiali, la geografia dei vincitori appare ben definita. Israele ottiene il risultato strategico che persegue; gli Stati Uniti, almeno nel breve termine, consolidano il controllo sui prezzi energetici globali, ma a costo di spese militari che rischiano di accelerare il declino economico americano. Nel medio periodo, Washington e Tel Aviv rischiano di trasformarsi in stati isolati dal resto della comunità internazionale, partner ormai inaffidabili agli occhi di molti. La Russia torna a essere fornitore di energia verso i mercati ancora aperti, mentre la Cina rafforza la sua posizione di potenza alternativa, proprio mentre Taiwan riceve segnali inequivocabili di benvenuto da Pechino.

L'Unione Europea rimane intrappolata in una posizione di debolezza strutturale. Privata di fonti energetiche diversificate e della possibilità di una collaborazione con l'Eurasia, perde la sua potenziale forza: un continente ricco di tecnologia, risorse umane e patrimonio culturale, ridotto a spettatore vulnerabile dei giochi delle superpotenze. Nessuno dei governi del Vecchio Continente sembra disposto ad affrontare la vera soluzione, quella rappresentata dalle energie rinnovabili distribuite, dalle soluzioni di micro-generazione diffusa che potrebbero restituire autonomia reale. La scelta di dipendere ancora da fornitori esterni, invece di investire massicciamente nell'autosufficienza energetica, rimane uno dei paradossi più difficili da spiegare della politica contemporanea europea.