La società italiana ha una particolare difficoltà nel gestire il successo individuale. Ogni volta che una persona raggiunge il riconoscimento pubblico, scatta automaticamente un meccanismo di sospetto e critica proporzionale all'invidia collettiva. Il caso del professor Vincenzo Schettini, docente diventato personalità mediatica di rilievo, rappresenta perfettamente questa dinamica: alla base delle accuse c'è un ragionamento semplicistico che confonde il successo professionale con lo sfruttamento della posizione.
L'accusa sottintesa è che se un insegnante ottiene visibilità e guadagni al di là dell'aula scolastica, allora starebbe tradendo l'istituzione educativa o approfittando dei propri studenti. Eppure questo principio non viene applicato coerentemente. Immaginiamo un docente di musica che sia anche un musicista affermato: se riempie i teatri, vende album e genera milioni di visualizzazioni con contenuti didattici online, nessuno lo accusa di mercificazione. Al contrario, la società riconosce in questa figura un'eccellenza da celebrare. Perché allora la divulgazione scientifica dovrebbe essere sottoposta a un giudizio morale più severo?
La risposta risiede in una contraddizione fondamentale del sistema italiano. Chi protesta contro i guadagni di un docente di successo rimane silenzioso di fronte a una realtà ben più scandalosa: lo Stato italiano obbliga decine di migliaia di insegnanti già sottopagati a investire migliaia di euro in corsi di abilitazione, master universitari, certificazioni linguistiche e competenze informatiche. Questi programmi formativi sono gestiti e profittati da enti privati, trasformando la competitività professionale in un mercato parallelo dove il diritto alla formazione diventa una merce da acquistare.
La cultura e la conoscenza sono il risultato di lavoro intenso, dedizione, talento e sacrifici che vanno ben oltre le diciotto ore settimanali in cattedra. Negare questo valore significa degradare l'insegnante da produttore di sapere a semplice impiegato subordinato, costretto a vivere nella povertà voluntaria di una vocazione romanticizzata. La disonestà intellettuale più evidente emerge proprio da questo confronto: mentre ci si scandalizza per i numeri sui social media e i biglietti venduti da un professore di successo, si ignora consapevolmente come lo Stato lucri sulla precarietà e l'ambizione degli educatori, attraverso un sistema di certificazioni obbligatorie gestito dal privato.
La lezione di Schettini, in definitiva, è che essere docenti non significa necessariamente essere martiri rassegnati. Un insegnante può eccellere nella propria materia, condividere la passione per la conoscenza attraverso canali moderni, ottenere riconoscimento pubblico e anche guadagnare dignitosamente, tutto senza tradire i propri studenti o l'istituzione. Forse è il momento di smettere di applaudire la miseria volontaria e iniziare a riconoscere che il merito professionale merita visibilità e compenso appropriato, senza ipocrisie.