Un batterio dalle proprietà quasi sovrumane potrebbe riscrivere la nostra comprensione della diffusione della vita nel Sistema solare. Si chiama Deinococcus radiodurans e, nonostante il nome suggerisca piuttosto un villain dei fumetti Marvel o una creatura aliena, è in realtà un microorganismo reale che merita tutta la nostra attenzione scientifica. A differenza di altri patogeni batterici, questo particolare esemplare risulta completamente innocuo per l'uomo, ma rappresenta un caso straordinario di adattamento biologico estremo.
Ricercatori della Johns Hopkins University hanno condotto esperimenti decisivi, i cui risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista PNAS Nexus. Lo studio ha sottoposto il Deinococcus radiodurans a pressioni equivalenti a quelle generate dall'espulsione violenta di materiale da un corpo celeste a seguito di un impatto asteroidale catastrofico. Il risultato lascia stupiti: il batterio ha mantenuto la sua vitalità a pressioni di 1,4 gigapascal, un valore mostruoso pari a decine di migliaia di atmosfere terrestri. Ancora più impressionante, il 60 percento dei campioni ha resistito addirittura a 2,4 gigapascal, una compressione difficilmente immaginabile per chi non ha familiarità con l'astrofisica.
Ciò che rende questo microorganismo così eccezionale è la sua già nota capacità di sopravvivere a condizioni estreme: radiazioni ionizzanti potentissime, temperature glaciali, caldo torrido e disidratazione completa. Per questo motivo gli scienziati lo classificano tra gli estremofili, organismi specializzati a prosperare dove qualsiasi altra forma di vita conoscerebbe solo morte certa. I tardigradi, creature piccolissime quasi mitiche per la loro resistenza, appaiono fragili al confronto.
I risultati non provano che la vita abbia davvero viaggiato tra i pianeti nel nostro passato, ma danno credibilità scientifica a un'affascinante teoria denominata litopanspermia: l'ipotesi che frammenti rocciosi espulsi da un mondo in seguito a impatti cosmici potessero trasportare microbi vitali verso altre destinazioni planetarie. Se organismi come questo batterio possono effettivamente sopravvivere al viaggio interplanetario, le implicazioni diventano complesse e richiedono cautela. La questione della contaminazione biologica risulta ancora più pressante: le sonde terrestri, come il rover Perseverance attualmente su Marte, potrebbero involontariamente diffondere microbi terricoli su altri mondi, alterando potenzialmente qualsiasi ricerca futura sulla vita extraterrestre primitiva.
L'interrogativo che gli scienziati si pongono echeggia una celebre affermazione dell'astrofisico Nanni Bignami: potremmo noi stessi essere i "marziani"? Ovvero, potrebbe la vita terrestre condividere radici comuni con eventuali ecosistemi alieni attraverso questo straordinario meccanismo di trasporto biologico cosmico? Le prossime missioni e l'analisi dei campioni marziani raccolti da Perseverance potrebbero fornire risposte cruciali a domande che affascinano l'umanità da generazioni.