Il governo Meloni ha deciso di intervenire sul caro carburanti attraverso un decreto legge approvato il 18 marzo scorso e subito entrato in vigore. La mossa, che punta a ridurre l'onere fiscale su benzina e diesel per le famiglie e le imprese, rappresenta un tentativo di contenere gli effetti dell'impennata dei prezzi al distributore, causata dall'escalation della situazione in Medio Oriente. Lo scontro iniziato il 28 febbraio tra Stati Uniti e Israele da un lato e Iran dall'altro ha innescato una crisi geopolitica che ha stravolto i mercati energetici globali, con la chiusura dello stretto di Hormuz—fondamentale corridoio per il transito del petrolio—che ha moltiplicato le difficoltà nel rifornimento mondiale di idrocarburi.
Ma il sollievo sarà brevissimo. Il governo ha infatti strutturato il taglio come misura emergenziale della durata di appena venti giorni. Questa scelta rivela le vere aspettative dell'esecutivo: si spera che nel frattempo il conflitto mediorientale possa giungere a una soluzione, permettendo ai prezzi del petrolio di normalizzarsi spontaneamente. Lo scenario appare tuttavia poco realistico. Nel dicembre 2025 il Wti—il parametro di riferimento per il mercato americano—si attestava poco sopra i 55 dollari al barile; oggi naviga intorno ai 100 dollari. Stesso discorso per il Brent, lo standard europeo: da sotto i 59 dollari di fine 2025 ha raggiunto i 113 dollari attuali. Anche qualora venisse raggiunto un accordo di pace, i danni infrastrutturali nella regione potrebbero mantener elevati i prezzi per lungo tempo.
Resta da capire cosa farà il governo una volta scaduti i venti giorni. La presidente Giorgia Meloni ha comunque assicurato che cittadini e imprese potranno usufruire dello sconto nel breve periodo. Il costo complessivo dell'operazione supera i 500 milioni di euro, una cifra rilevante che l'amministrazione ha dovuto reperire riducendo la spesa in altri comparti, compreso il settore sanitario.
Per comprendere il meccanismo sottostante, è utile chiarire cosa siano le accise. Si tratta di prelievi fiscali indiretti applicati sulla produzione e il consumo di determinati beni, tra cui carburanti, gas naturale ed energia elettrica. Queste imposte vengono riscosse nel momento in cui i prodotti raggiungono l'utente finale e rappresentano una componente significativa dei prezzi che vediamo alla pompa. Costituiscono inoltre una delle principali fonti di entrata per le casse dello Stato. Agendo sulle accise, il governo incide direttamente sul prezzo lordo pagato dai consumatori, ma contemporaneamente riduce le proprie entrate fiscali, costringendolo a compensare altrove.
La soluzione adottata rimane quindi un cerotto su una ferita più profonda: temporanea, limitata, e con effetti collaterali su altre voci di bilancio. Le prossime tre settimane diranno se la situazione geopolitica evolverà in modo tale da rendere superfluo il rinnovo della misura, oppure se sarà necessario trovare soluzioni più strutturali per affrontare una nuova realtà dei prezzi energetici globali.