Nel 1965 Marco Bellocchio consegnò al cinema italiano un'opera destinata a cambiare per sempre il linguaggio della settima arte. 'I pugni in tasca', che torna ora al cinema, rappresenta uno dei debutto più dirompenti della storia del cinema del Novecento, capace di tracciare una linea di demarcazione netta tra ciò che era stato e quello che sarebbe venuto dopo. Il film dell'autore di Bobbio riuscì nell'impresa di superare il neorealismo italiano e i principi della Nouvelle Vague francese, rielaborandone gli insegnamenti per creare qualcosa di completamente inedito.

La ricezione dell'opera fu da subito polarizzata. Mentre grandi nomi come Michelangelo Antonioni e Luis Buñuel mossero critiche feroci, e il Festival di Venezia decise di rifiutarlo, la pellicola conquistò i giovani cineasti emergenti, tra cui Bernardo Bertolucci, e ottenne l'apprezzamento incondizionato di intellettuali d'avanguardia come Pier Paolo Pasolini, che intrattenne con Bellocchio una celebre corrispondenza epistolare. Il film fu infine premiato a Locarno, consacrando il suo valore artistico.

Il merito principale di quest'opera risiede nella sua natura apertamente provocatoria e nella radicalità del suo messaggio antiborghese. Bellocchio trasforma la famiglia disfunzionale nel nucleo tematico centrale, utilizzandola come metafora potente di una comunità più ampia allo sfascio, incapace di offrire ai suoi componenti nulla se non nevrosi e alienazione. Il titolo originale della sceneggiatura era 'Epilessia', la malattia neurologica che affligge il protagonista Alessandro e il suo fratello Leone, quest'ultimo gravato anche da un deficit cognitivo severo. Tale patologia diviene rappresentazione viscerale di uno stato psichico collettivo che schiaccia gli individui più vulnerabili.

Intorno al volto tormentato di Lou Castel, interprete di Alessandro, gravita un universo di personaggi tutti contaminati dai valori asfissianti della provincia italiana: la sorella Giulia, dominata da impulsi incestuosi e incapace di rapporti sani, la madre vedova e cieca tanto dalla fede cattolica quanto dalla realtà, lo zio Augusto simbolo decadente del successo borghese eppure schiacciato dai legami familiari. In questo inferno psicologico e affettivo, Alessandro intravede l'unica possibile salvezza nella liberazione procurata al fratello maggiore, persino attraverso l'estremo ricorso. È un quadro desolante dove il desiderio di morte trova spazi sempre più ampi in una mente intrappolata dalla ripetitività ossessiva dei rituali familiari.

Sessant'anni dopo, la straordinaria capacità diagnostica di Bellocchio di analizzare le patologie emotive dell'Italia del boom economico mantiene intatta la sua forza provocatoria. Il ritorno al cinema di 'I pugni in tasca' offre l'occasione di riscoprire un'opera che, oltre a rappresentare un momento di frattura nella storia del linguaggio cinematografico, continua a interrogare gli spettatori sugli equilibri e i malesseri delle strutture familiari, ancora oggi tragicamente attuali.