Straordinaria continuità nel respingimento delle riforme costituzionali: nel 2006, 2016 e ora nel 2026, gli italiani hanno nuovamente detto no a progetti che miravano a trasformarne gli assetti istituzionali. Questa volta, come nelle precedenti occasioni, il referendum ha registrato un verdetto chiaro, confermando una tendenza che appare ormai consolidata nella storia recente della Repubblica.
Secondo gli analisti, il risultato rappresenta una testimonianza silenziosa ma eloquente della fiducia degli italiani verso il quadro costituzionale ereditato dai Padri Costituenti. Figure storiche come Piero Basso, Piero Calamandrei, Giorgio La Pira, Costantino Mortati, Ruini e Terracini costruirono tre quarti di secolo fa un sistema fondato sull'equilibrio dei poteri, concepito da intellettuali e politici molti dei quali reduce dalla persecuzione fascista e dall'esperienza partigiana. Quel compromesso tra visioni opposte rimane ancora oggi un punto di riferimento che una larga parte della società ritiene valido.
La campagna per il sì, proprio come accaduto nelle tornate precedenti, ha faticato a comunicare in modo trasparente i veri contenuti della riforma. Nel 2006 la devolution occupò il dibattito pubblico mentre il premierato restava sullo sfondo; nel 2016 si enfatizzò la semplificazione legislativa oscurando il rinforzo dell'esecutivo. Nel 2026 il meccanismo persuasivo ha continuato a operare con strumenti simili, cercando di diluire il messaggio sui veri effetti delle proposte di cambiamento.
Un dato parallelo caratterizza questi tre decenni: l'astensionismo è divenuto il voto più consistente alle elezioni ordinarie, manifestando il crescente distacco tra cittadini e classe politica. Tuttavia, il fenomeno si capovolge nel momento in cui è in discussione l'architettura democratica stessa. Come se gli italiani considerassero il sistema costituzionale una fortezza da proteggere, pur non credendo più nella capacità della politica di governarla adeguatamente. Questa apparente contraddizione cela probabilmente una certezza: mentre gli attuali dirigenti politici guardano all'orizzonte della prossima elezione o agli interessi personali, il corpo elettorale mantiene un istinto di conservazione nei confronti delle fondamenta repubblicane.
Il raffronto tra gli artefici della Carta e i contemporanei rappresentanti istituzionali rivela distanze abissali non soltanto nell'esperienza personale, ma nella profondità del pensiero politico e nella visione strategica di lungo periodo. I costituenti del 1948 possedevano una prospettiva storica forgiata dalle macerie della dittatura; gli attuali politici della Seconda Repubblica operano in orizzonti molto più limitati e frequentemente condizionati da calcoli di breve termine. È questo divario di prospettiva che, probabilmente, continua a spingere i cittadini a dire no alle modifiche: non tanto per ossequio verso il passato, quanto per diffidenza verso chi intende cambiarle.