L'Inter si trova di fronte a un bivio psicologico che va oltre i numeri. Con sei lunghezze di vantaggio sul Milan e sette sul Napoli, la squadra di Simone Inzaghi dovrebbe essere tranquilla a otto turni dalla conclusione della Serie A. Eppure la realtà racconta un'altra storia: quattro partite senza vittorie, un ko nel derby stracittadino e due pareggi consecutivi contro Atalanta e Fiorentina. In entrambi i casi, i nerazzurri hanno sprecato il vantaggio di un gol, facendosi raggiungere e incapace di infliggere il colpo decisivo.
Quel che sorprende è la tempistica di questa crisi di rendimento. Contrariamente alle teorie che legano il calo alle fatiche del doppio impegno, il rallentamento è coinciso proprio con l'uscita dalla Champions League per mano del Bodo Glimt, avvenuta il 18 febbraio. Una squadra che avrebbe dovuto respirare, invece, sembra paralizzata dall'ansia. Il peso mentale di dover vincere a ogni costo si rivela più corrosivo della stanchezza fisica derivante da competizioni europee. L'elefante nella stanza, come lo definisce l'analisi tattica, è il timore di non farcela quando il traguardo è vicino.
Al centro della questione c'è l'assenza di Lautaro Martinez, il capitano e fulcro dell'attacco nerazzurro. Non gioca dalla sconfitta di Bodo, quasi due mesi di stop che hanno svuotato la squadra della sua leadership naturale. Senza di lui, nessun altro è riuscito a caricarsi il gruppo sulle spalle: Barella alterna prestazioni eccellenti a cali inspiegabili, Thuram non trova continuità, Calhanoglu è tornato solo di recente e persino Dimarco, migliore della stagione, non riesce a compensare l'assenza del capitano. Quel tipo di carisma che spinge una squadra oltre i propri limiti non è insegnabile.
Beppe Marotta, l'amministratore delegato, ha affrontato la situazione con il classico equilibrio istituzionale, riconoscendo l'involuzione del gioco senza negare una certa dimensione di disagio psicologico. Ha provato a infondere fiducia mantenendo il realismo, consapevole che il prossimo rientro di Lautaro rappresenta un cambio significativo. Nel frattempo, emerge anche il nome di Pio Esposito, ventenne che il Guardian ha elogiato come "l'unico dell'Inter senza paura", simbolo di quella serenità che la squadra sta cercando di ritrovare.
La sfida non è più tattica, ma mentale. L'Inter ha i numeri per vincere il campionato, ma deve superare il demone che la perseguita in ogni finale di stagione: quella che una volta era chiamata sindrome Bitossi, dal ciclista che perse un mondiale negli ultimi metri. Otto giornate rimangono per dimenticare questa paura e riportare la calma in una squadra che, paradossalmente, ha vinto quando le coppe ancora l'impegnavano.