La riforma della Giustizia fortemente voluta dall'esecutivo è stata respinta dagli italiani con un risultato netto: il 53,23% ha votato No, mentre il Sì si è fermato al 46,77%. I dati definitivi diffusi dal Viminale nei giorni scorsi chiudono una battaglia costituzionale che aveva polarizzato il dibattito politico nazionale. L'unica nota amministrativa rimane la sezione 127 di Sassari, ancora in corso di verifica.

Di fronte a questa sconfitta nelle urne, Carlo Nordio rompe il silenzio e affida le sue considerazioni al Corriere della Sera. Il Guardasigilli non intende abbandonare l'incarico né considera quanto accaduto una disfatta personale. Secondo Nordio, la campagna referendaria è stata caratterizzata principalmente da un problema di comunicazione su materie tecnicamente complesse: la maggioranza ha faticato a spiegare chiaramente i contenuti della proposta, alimentando timori infondati tra gli elettori riguardo a presunte modifiche costituzionali traumatiche. Il ministro riconosce che nonostante gli sforzi, non è stato possibile superare lo scetticismo dell'opinione pubblica.

Sulla questione degli eccessi polemici durante la campagna, Nordio adotta un atteggiamento di equidistanza. Sostiene che sia la coalizione di governo che l'opposizione abbiano superato i limiti della corretta dialettica, annullando reciprocamente gli effetti negativi. Non ritiene quindi che le esagerazioni retoriche abbiano inciso significativamente sull'esito del voto. Rimane ferma anche la posizione di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, che non è messa in discussione.

Aspetto centrale delle dichiarazioni di Nordio è l'avvertimento lanciato alle forze di opposizione: il voto referendario ha effettivamente rafforzato il potere della magistratura associata. Il ministro evidenzia che l'Anm, l'Associazione nazionale magistrati, esce dalla consultazione come principale vincitrice e assumerà nei fatti il ruolo di soggetto politico antagonista rispetto alle istituzioni democratiche. Secondo Nordio, questo comporterà un'espansione dell'intervento giurisdizionale in settori sensibili come le politiche sull'immigrazione, limitando l'iniziativa del parlamento e dell'esecutivo.

Dal fronte governativo arriva inoltre la rassicurazione che non vi saranno ripercussioni sulla stabilità dell'esecutivo. Fonti di Palazzo Chigi confermano che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ricorrerà a una richiesta di fiducia, segnale che la maggioranza rimane coesa nonostante la bocciatura referendaria. Meloni aveva già comunicato nei giorni precedenti l'intenzione di proseguire l'azione di governo con rispetto della volontà popolare, mantenendo ferma l'agenda della coalizione su altri fronti.