Una settimana di distanza, due posizioni radicalmente diverse. Sabino Cassese, illustre giudice emerito della Corte Costituzionale, aveva sostenuto con convinzione la riforma Nordio fino a pochi giorni fa, presentandola come strumento indispensabile per restituire credibilità e efficienza all'ordine giudiziario italiano. Nella sua ultima uscita pubblica, risalente al 18 marzo sulle pagine del Riformista, aveva argomentato che il sì rappresentava «l'ultimo gradino per assicurare ai cittadini la massima garanzia di imparzialità del giudice». Secondo Cassese, la separazione delle carriere avrebbe riconosciuto «la diversità delle due funzioni» (giudicante e requirente), migliorando complessivamente l'efficienza del sistema.
Il contesto della sua battaglia referendaria era apparso convincente: sottolineava come in Italia solo il 33% dei cittadini risultasse soddisfatto della giustizia, ben al di sotto della media internazionale dei Paesi Ocse che si attesta al 56%. Di fronte a questi dati, il sì alla riforma sembrava una risposta logica e necessaria per risanare un settore in crisi.
Ma il verdetto popolare ha detto altro. Gli italiani hanno bocciato nettamente la proposta, e Cassese sembra aver ricalibrato completamente la sua analisi. In interviste concesse a Il Foglio e Il Giornale, il costituzionalista ha adottato un linguaggio che sa di interpretazione del risultato referendum: «Non c'è un invito a fermarsi, ma a concentrarsi sui veri problemi della giustizia». Una giustificazione che suona come un ripensamento a posteriori, sebbene Cassese la presenti come una lettura corretta del messaggio lanciato dagli elettori.
Quali sarebbero dunque i «veri problemi» secondo l'autorevole magistrato? Li elenca puntualmente: gli arretrati processuali accumulati, i tempi lunghi delle procedure, la geografia giudiziaria frammentata, la distribuzione inadeguata del personale. Problemi concreti che, a suo dire, richiederebbero l'attenzione del governo molto più della riforma bocciata. Cassese ora sostiene che l'esecutivo «dovrebbe trarre lezione da questo referendum» e dedicarsi a temi come la situazione dei tribunali minori, la pressione nei carichi di lavoro e il funzionamento della Scuola di magistratura.
La contraddizione è evidente: se questi erano i veri problemi, perché non ricordarlo prima del voto? Cassese si difende affermando di essere «uno studioso di diritto e non di comportamenti dell'opinione pubblica», escludendo responsabilità nelle previsioni sulla vittoria del sì. Rimane il fatto che la sua lettura del risultato elettorale somiglia più a un cambio di strategia comunicativa che a una genuina evoluzione del pensiero. Quello che per settimane era stato presentato come la medicina giusta, ora viene dipinto come una distrazione rispetto alle vere priorità del sistema giudiziario italiano.