Le elezioni anticipate indette da Mette Frederiksen non hanno portato il risultato sperato. Nonostante il suo partito Socialdemocratico rimanga il più votato in Danimarca, la vittoria ha tutte le caratteristiche di una sconfitta: gli exit poll indicano infatti un crollo intorno al 20%, il peggiore risultato per i rossi dallo storico 1901. La scelta di sciogliere anticipatamente il Parlamento, motivata da una spinta anti-Trump che sembrava potesse avvantaggiare la sinistra, si è rivelata un azzardo fallito che non le permette di ottenere la maggioranza autonoma necessaria per formare un governo.
Il risultato è un Parlamento danese profondamente frammentato, dove i tre partiti della coalizione di governo uscente - Socialdemocratici, Venstre e Moderati - hanno tutti subito perdite significative. Il principale sfidante, il ministro della Difesa Troels Lund Poulsen del Venstre, non ha motivi per festeggiare: i liberali hanno toccato il loro minimo storico con il 9%, risultato catastrofico che evidenzia il rifiuto dell'elettorato anche nei confronti dei centristi. Una situazione che ha spinto una parte del blocco conservatore a non appoggiarsi un candidato premier unico.
La matematica parlamentare resta il principale ostacolo. Il blocco di sinistra (Socialdemocratici e alleati) raggiungerebbe 83 seggi, quello di destra 78, ma servono 90 voti per la maggioranza al Folketing, la camera nazionale. Qui entrano in gioco i Moderati di Lars Løkke Rasmussen con l'8,2%, che potrebbero diventare decisivi. Tuttavia, entrambi i blocchi ospitano formazioni estremiste - di sinistra e di destra - dalle quali è politically impensabile ricevere sostegno.
La vera sorpresa della serata arriva dai margini dello spettro politico. Il Partito del Popolo Danese, movimento sovranista di destra, ha guadagnato cinque seggi passando da 8 a 13. Il suo leader Morten Messerschmidt ha esultato dichiarando il ritorno del partito e promettendo però che non entrerà in coalizione con i Moderati. Anche l'estrema sinistra registra progressi: l'alleanza Verde-Rossa ha raccolto 11 seggi e il Partito Popolare Socialista è cresciuto del 3,8%.
Le tensioni della campagna elettorale hanno superato il tema della Groenlandia. Frederiksen e Poulsen si sono scontrati duramente su welfare, ambiente, protezione animale e tassazione, senza che nessuno dei due emergesse chiaramente vincitore agli occhi dei cittadini. Il messaggio degli elettori è stato piuttosto chiaro: insoddisfazione diffusa. I negoziati per la formazione del nuovo governo si prospettano lunghi e complessi, con scarsissimi margini di manovra per qualunque coalizione.