L'agenzia europea di gestione delle frontiere torna sotto i riflettori per ragioni che illuminano i contrasti irrisolti attorno al suo operato. Fabrice Leggeri, personalità centrale nella fondazione di Frontex e amministratore dell'ente dal 2015 al 2022, è finito nel mirino della magistratura francese. La Corte d'Appello di Parigi ha infatti avviato un procedimento penale che lo accusa di crimini contro l'umanità e tortura, con specifico riferimento ai metodi utilizzati sotto la sua direzione per limitare l'accesso dei migranti ai confini dell'Unione europea. Oggi Leggeri siede in Parlamento europeo come deputato del Rassemblement National, il movimento di destra francese, ma questa inchiesta minaccia di aprire ferite mai completamente rimarginate.
La storia di Frontex affonda le radici nel 2004, quando l'agenzia venne istituita, diventando operativa l'anno seguente. Per oltre due decenni ha subito rimaneggiamenti progressivi del proprio mandato, trasformandosi da struttura di supporto coordinativo con funzioni ausiliarie a una vera e propria forza di polizia del confine. Se inizialmente disponeva di strumenti limitati, la revisione del 2016 rappresentò un spartiacque decisivo: da allora Frontex ha accumulato progressivamente competenze, risorse economiche e capacità operative, seguendo l'ascesa del tema migratorio nelle priorità dei governi nazionali. Nel contempo ha acquisito un corpo stabile di agenti armati e ha moltiplicato le operazioni sul terreno.
Gli effetti di questa trasformazione si leggono su due registri opposti. Da un lato emergono risultati operativi significativi, come il sequestro di settecento chili di pesce a bordo di imbarcazioni coinvolte in attività di pesca illegale davanti a Lampedusa. Dall'altro affiorano sistematicamente denunce relative a procedure anomale nei respingimenti ai confini, pratiche che il diritto internazionale classifica come illegittime e che hanno generato un contenzioso crescente con le organizzazioni che difendono i diritti dei migranti.
L'inchiesta su Leggeri rappresenta dunque l'occasione per fare chiarezza su anni di ambiguità operativa e su responsabilità mai pienamente accertate. Parallelamente, la Commissione europea ha avviato nel 2025 un processo complessivo di riforma per ampliare ulteriormente il mandato di Frontex. Diversi Stati membri premono affinché l'agenzia riceva poteri ancora maggiori nel contrasto all'immigrazione irregolare. Questa prospettiva ha scatenato l'opposizione dichiarata delle organizzazioni umanitarie, che temono un ulteriore arretramento delle garanzie sui diritti.
Il bivio ora è chiaro: da una parte si muove la logica securitaria dei governi, che vede in Frontex uno strumento strategico per governare i confini; dall'altra si posizionano le voci critiche che chiedono accountability per il passato e un cambio di rotta nel presente. L'esito di questa inchiesta e i contenuti della riforma in corso determineranno quale volto avrà l'agenzia negli anni a venire e se prevarranno le istanze di controllo o quelle di protezione.