L'Arabia Saudita sta accelerando le operazioni nel suo principale scalo alternativo sul Mar Rosso, il terminale di Yanbu, per compensare i vincoli legati al trasporto attraverso lo Stretto di Hormuz. Secondo le analisi di Bloomberg, le spedizioni hanno già toccato quota 4,4 milioni di barili giornalieri, avvicinandosi all'ambizioso target di 5 milioni, con circa quaranta navi mercantili ancorate nella baia in attesa di caricare il prezioso oro nero.
L'infrastruttura del porto dispone di una capacità teorica di 7 milioni di barili al giorno, ma i numeri reali raccontano una storia più complessa. Dei 7 milioni disponibili, ben 2 milioni devono essere destinati a mantenere operativi gli impianti di raffinazione, le centrali termoelettriche e i complessi di dissalazione dell'area, riducendo drasticamente lo spazio per l'export.
Nemmeno il raggiungimento dell'obiettivo di 5 milioni potrebbe bastare a Riyadh. Le esportazioni rimarrebbero comunque 2 milioni di barili al giorno al di sotto dei livelli precedenti al periodo di instabilità geopolitica regionale. Un gap che rappresenta una perdita significativa di revenue per l'economia saudita, dipendente dal commercio petrolifero.
A complicare ulteriormente il quadro vi è l'accumulo di greggio nei serbatoi strategici del regno: Bloomberg stima che negli ultimi mesi si siano ammassati 56 milioni di barili in giacenza, sintomo di una domanda globale insufficiente rispetto alle capacità produttive. Questa situazione costringe l'Arabia Saudita a mantenere una gestione delicata tra mantenimento della produzione e controllo dei prezzi internazionali.