Una sfida direttamente alle istituzioni quella lanciata oggi da Marco Cappato e dai suoi collaboratori, che si sono autodenunciati presso la questura di Trieste per il ruolo avuto nel caso di Martina Oppelli, una donna affetta da sclerosi multipla deceduta otto mesi fa a seguito del ricorso al suicidio assistito in territorio elvetico. Con Cappato si sono presentati anche Felicetta Maltese, Matteo D'Angelo e Claudio Stellari, tutti coinvolti nell'aiutare Oppelli durante il suo percorso giudiziario e nel viaggio verso la Svizzera, dove ha potuto accedere a una pratica ancora proibita nel nostro Paese.

A coordinare l'iniziativa è l'avvocato Filomena Gallo, legale storico delle battaglie per il diritto alla morte consapevole. Secondo la difesa, Martina Oppelli possedeva effettivamente tutti i requisiti necessari per accedere al suicidio assistito secondo quanto stabilito dalla celebre sentenza della Corte costituzionale nel caso Cappato. Tuttavia, l'Azienda sanitaria integrata regionale del Friuli Venezia Giulia (Asugi) ha opposto un categorico rifiuto in tre occasioni diverse, negando il riconoscimento di quei requisiti.

"Martina si trovava in condizioni tali da non poter raggiungere da sola la Svizzera," ha spiegato Gallo, "per questo motivo è stata sostenuta dall'associazione Soccorso Civile. Ma prima della partenza aveva già depositato un ricorso alla Procura della Repubblica contro Asugi, imputando omissione d'atto d'ufficio e perfino il reato di tortura. La Procura ha deciso comunque di archiviare."

Ora gli autodenunciati intendono forzare la magistratura a indagare nel merito: se emergerà che Oppelli aveva realmente diritto alla procedura in Italia secondo la sentenza costituzionale, allora coloro che hanno emanato il diniego dovranno rispondere delle loro responsabilità. "Se la magistratura, al contrario, ritenesse di procedere nei nostri confronti per disobbedienza civile, siamo pronti a affrontare un processo e a difendere le nostre scelte in ogni sede," ha concluso l'avvocata. La mossa rappresenta un'escalation nella controversia sul fine vita, trasformando un caso personale in una questione di principio costituzionale e responsabilità amministrativa.