Nicola Gratteri rompe il silenzio nel giorno dopo il trionfo referendario. Il procuratore capo del tribunale partenopeo, figura centrale nella battaglia per affossare la riforma costituzionale voluta dal ministro Nordio, concede un'intervista dove smonta alcuni miti sulla sua presunta leadership dello schieramento del No e lancia un appello alla comunità forense affinché mantenga comportamenti irreprensibili.

Contattato al telefono, Gratteri inizialmente mostra una certa diffidenza, alludendo alle critiche ricevute in questi mesi. Poi acconsente al confronto. Alla domanda se sia stato il vero leader dell'opposizione alla riforma, il magistrato rettifica: non ha aderito a nessun comitato ufficiale, ha seguito semplicemente la propria coscienza. Secondo Gratteri, la sconfitta del progetto riforma è il risultato di un'ampia mobilitazione informativa che ha coinvolto magistrati, avvocati e rappresentanti della società civile, impegnati a spiegare ai cittadini i rischi della modifica costituzionale.

Sulla natura del voto, Gratteri è categorico: non si è trattato di un giudizio negativo verso il governo, che ha pieno diritto di completare il proprio mandato legislativo. Il merito della questione riguardava l'equilibrio tra i poteri dello Stato e la loro separazione. A proposito delle dimissioni di Bartolozzi, Delmastro e della Santanchè, il procuratore si sottrae da valutazioni politiche, ritenendo che rientri nella sensibilità istituzionale di ciascuno operare le proprie scelte.

L'aspetto più delicato emerge quando Gratteri affronta l'episodio delle celebrazioni lunedì sera presso il tribunale di Napoli, dove alcuni magistrati hanno canzonato la collega Imparato che aveva sostenuto il Sì. Pur comprendendo l'entusiasmo come reazione agli attacchi subiti nei mesi precedenti, il procuratore non nasconde il suo disappunto: questi comportamenti non sono condivisibili e tradiscono uno stile inappropriato. La magistratura, ribadisce con fermezza, deve mantenersi sempre sobria e dignitosa nelle sue manifestazioni pubbliche, elemento essenziale per preservare l'onore dell'istituzione.