Un verdetto storico arrivato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti ha stravolto il caso che vedeva Sony Music e altri colossi discografici contrapposti al provider Internet Cox Communications. La massima corte americana ha annullato la sentenza che condannava l'azienda al pagamento di un miliardo di dollari, stabilendo un principio destinato a cambiare gli equilibri nel diritto d'autore digitale: i fornitori di connettività non possono essere ritenuti responsabili per le violazioni commesse dai loro clienti se non hanno attivamente incoraggiato o facilitato quelle infrazioni.
Il caso risale al 2019, quando una giuria aveva inflitto la pesante sanzione economica a Cox per il mancato controllo della pirateria sulla propria rete. Sony Music aveva utilizzato il servizio MarkMonitor per tracciare attività illecite, inviando oltre 163mila segnalazioni di indirizzi IP sospetti nel corso di circa due anni. Tuttavia, i dati mostravano come Cox avesse terminato gli abbonamenti di soli 32 utenti per violazione di copyright nello stesso periodo, concentrando invece gli scollegamenti su migliaia di clienti morosi.
La corte d'appello aveva inizialmente mantenuto la condanna nel 2024, ritenendo che la responsabilità dell'ISP sussistesse per il semplice fatto di continuare a fornire servizio a utenti di cui conosceva i comportamenti illeciti. La Corte Suprema ha però rovesciato questa interpretazione, introducendo un vincolo fondamentale: la consapevolezza delle infrazioni non configura automaticamente responsabilità secondaria. Serve invece provare l'intenzione deliberata di promuovere o strutturare il servizio attorno alle violazioni. Nel caso di Cox, l'azienda aveva inviato notifiche progressive ai clienti, sospeso account e disconnesso gli utenti recidivi dopo tredici segnalazioni, senza mai incentivare o favorire attività illegale.
A giocare un ruolo cruciale nella decisione è stato un precedente risalente al 1984: la sentenza che aveva scagionato Sony stessa dall'accusa di facilitare violazioni di copyright attraverso il suo videoregistratore Betamax. I giudici avevano allora stabilito che un dispositivo con usi legittimi rilevanti non può essere considerato intrinsecamente uno strumento per commettere reati. Lo stesso ragionamento si applica oggi alla connessione Internet: secondo la Corte, la rete ha finalità lecite così ampie e diverse che non può essere qualificata come servizio costruito per consentire pirateria.
Due magistrati hanno sottoscritto il dispositivo finale ma con argomentazioni divergenti, esprimendo preoccupazione per l'indebolimento della responsabilità secondaria. Secondo la loro opinione dissenziente, la maggioranza ha tracciato un confine troppo rigido, compromettendo i meccanismi di tutela previsti dal Digital Millennium Copyright Act del 1998, la legge che regola il delicato equilibrio tra protezione del copyright e immunità dei provider attraverso il sistema dei 'safe harbor'.