La guerra a Hormuz sta strangolando i flussi commerciali mondiali e costringendo le grandi potenze a cercare soluzioni alternative. Cina e Turchia non restano a guardare: nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan e il suo collega cinese Wang Yi hanno avuto un colloquio telefonico incentrato su un obiettivo comune mantenere aperte le linee di trasporto globali, le forniture energetiche e le catene di approvvigionamento. Entrambi i Paesi vedono nella stabilità commerciale la chiave per preservare l'equilibrio regionale, ben oltre le considerazioni prettamente militari.

Il massimo diplomatico di Pechino ha colto l'occasione per esprimere cautela ottimismo, affermando che nonostante Teheran abbia dichiarato l'intenzione di proseguire le operazioni belliche, "emerge un primo segnale positivo" verso una soluzione negoziata. Si tratta di un messaggio che si integra perfettamente con l'attivismo di Pechino e Ankara, intenti a mitigare il caos logistico generato dalla crisi dello Stretto. La realtà è prosaica: nessun grande player economico può permettersi di subire perdite significative di merci e denaro, indipendentemente da chi possa trarre vantaggi dalla destabilizzazione.

La soluzione concreta portata avanti dai due Paesi prende nome di Progetto Stradale di Sviluppo, un'infrastruttura di trasporto multimodale pensata per collegare il porto di Al-Faw, nel Golfo di Bassora, alle coste europee passando attraverso territorio iracheno e turco. Il percorso comporterebbe vantaggi significativi: la Turchia diventerebbe uno snodo logistico cruciale verso l'Occidente oltre che garante della sicurezza, mentre l'Iraq potrebbe beneficiare di una iniezione di capitali per la ricostruzione economica. L'architrave del progetto riposa però su fondamenta fragili. L'Iraq, storicamente teatro di instabilità cronica, rappresenta una variabile incontrollabile che potrebbe compromettere l'intera iniziativa. Inoltre, il terreno è già occupato da progetti concorrenti di grandezza paragonabile: la Nuova Via della Seta cinese e il neo-costituito Corridoio India-Medio Oriente-Europa.

Malgrado questi ostacoli, Pechino e Ankara stanno investendo sforzi considerevoli per far decollare il progetto. Le fabbriche cinesi hanno già iniziato a ridurre i volumi di produzione a causa dell'aumento dei costi logistici indotti dalla crisi nello Stretto, creando un incentivo potente per trovare percorsi alternativi nel breve termine. La Turchia, dal canto suo, intravede un'opportunità storica per espandere il proprio peso geopolitico ed economico nella regione. L'attivismo diplomatico del ministro Fidan non si limita al colloquio con il collega cinese: negli ultimi tre giorni ha intrattenuto contatti telefonici anche con l'omologo iraniano Abbas Araghchi, confermando una strategia di mediazione su più tavoli.