La recente ondata di dimissioni che ha coinvolto Daniela Santanchè, Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi racconta una storia particolare sulla concezione del governo nel nostro paese. Fino al verdetto negativo del referendum sulla giustizia dello scorso 26 marzo, questi tre esponenti dell'esecutivo erano stati difesi dalla presidente del Consiglio con determinazione, indipendentemente dalle criticità che caratterizzavano le loro posizioni e le loro azioni. Solo dopo la sconfitta alle urne sono scattate le richieste di passo indietro. Una scelta che non nasce da una riflessione etica o da un ripensamento sincero, ma da una semplice valutazione tattica: ripristinare il consenso che si era incrinato.

Questo meccanismo rivela una filosofia di governo radicalmente diversa da quella della democrazia liberale tradizionale. Da una parte esiste l'idea di chi legittima le proprie scelte attraverso il rispetto delle norme costituzionali, delle leggi e delle pratiche consolidate. Dall'altra quella di chi vede il consenso elettorale come una patente di libertà d'azione, uno strumento capace di rendere lecito quasi tutto, persino ciò che normalmente sarebbe inaccettabile. Meloni sembra orientarsi verso la seconda prospettiva, quella che caratterizza sempre più leader e movimenti sovranisti a livello globale, dove la volontà popolare diviene lo strumento supremo per legittimare qualsiasi decisione.

Il ragionamento sotteso è privo di ambiguità: finché il consenso regge e permette al governo di rivendicare un mandato solido, ogni azione può trovare protezione. Delmastro potrebbe continuare a intrattenere rapporti affari con figure legate ad ambienti criminali, Bartolozzi potrebbe reiterare dichiarazioni circa la necessità di scavalcare il potere giudiziario, Santanchè potrebbe proseguire indisturbata. È ragionevole supporre che nel momento in cui Meloni si sentisse nuovamente al sicuro dal punto di vista elettorale, tornerebbe a proteggere con la stessa determinazione queste figure, poiché il vincolo che l'ha spinta a chiedere le dimissioni sarebbe venuto meno. Non si tratta di principi, ma di convenienza.

Questa logica rappresenta una deriva preoccupante per gli equilibri democratici. Quando il government interpreta il voto popolare come una licenza per comprimere i contro-poteri dello stato, come accaduto nel caso dei rimpatri in Albania dove sentenze giudiziarie sono state contestate in nome di un presunto mandato popolare, si esce dai binari della democrazia costituzionale per entrare in quello della democrazia illiberale. Un terreno dove la bottiglia di Pandora, una volta aperta, diviene difficilissima da richiudere. L'Italia osserva come il consenso, quando elevato a unico criterio di legittimazione politica, possa trasformarsi da fondamento democratico in potenziale minaccia alla democrazia stessa.