L'amministrazione Trump ha scelto una strada già battuta: non pronunciare la parola 'guerra' quando si parla delle operazioni militari statunitensi contro l'Iran. Piuttosto che ricorrere a questo termine, la Casa Bianca opta per alternative linguistiche come 'operazione' o 'missione', una strategia comunicativa che cela motivazioni ben più profonde di una semplice preferenza stilistica. La scelta affonda le radici in un problema costituzionale concreto: secondo la Carta americana, solo il Congresso ha il potere di dichiarare guerra. Evitando la parola, il presidente può ordinare bombardamenti e interventi militari senza richiedere una formale autorizzazione legislativa, mantenendo ampi margini di libertà d'azione.
Ma la dimensione legale è soltanto una parte della spiegazione. La vera ragione è più complessa e riguarda la psicologia collettiva americana. Dopo i traumatici fallimenti in Iraq e Afghanistan, il termine 'guerra' negli Stati Uniti non evoca più eroismo, ma rievoca disastri, abusi, conflitti senza fine e migliaia di vite spezzate. Utilizzare un lessico più sterile e tecnico consente di presentare gli interventi come limitati, chirurgici e moralmente accettabili, smorzando il disagio culturale che una guerra vera provocherebbe nell'opinione pubblica. Alcuni politici americani hanno persino tentato di ridefinire il concetto stesso, affermando che la guerra esista solamente quando vengono schierate truppe terrestri statunitensi in combattimento diretto.
Questa pratica non è affatto innovativa. Durante la guerra di Corea degli anni Cinquanta, il conflitto venne ufficialmente definito 'azione di polizia internazionale'. Il Vietnam, nei decenni successivi, divenne un semplice 'conflitto'. Nel 2011, il presidente Obama si spinse ancora più in là nel trovare eufemismi, descrivendo l'intervento in Libia come 'azione militare cinetica'. Ogni amministrazione ha reinventato il linguaggio per distanziare se stessa dalle implicazioni morali e politiche di una dichiarazione di guerra autentica, riuscendo contemporaneamente a proseguire le operazioni belliche.
Resta affascinante notare come la stessa parola 'guerra' venga invece impiegata liberamente e frequentemente in contesti completamente diversi: la 'guerra alla povertà', la 'guerra alla droga', la 'guerra al terrorismo'. In questi casi metaforici, il termine non pone problemi né richiede responsabilità chiare, né presume una fine definitiva e misurabile. È un linguaggio che consente di mantenere uno stato di mobilitazione permanente senza mai doverne rendere conto formalmente. L'amministrazione Trump persegue quindi un obiettivo doppio: apparire forte, aggressiva e risolutiva di fronte ai nemici, senza però assumersi il peso politico e morale che inevitabilmente accompagna una vera dichiarazione di guerra. Nel frattempo, la semantica continua a perdere significato, e le parole diventano sempre più strumenti di gestione della percezione che di comunicazione della realtà.