Siamo al 28esimo giorno del conflitto nel Golfo e il quadro strategico potrebbe stravolgesi nei prossimi giorni. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il Pentagono sta esaminando la possibilità di schierare fino a 10mila militari negli teatri operativi mediorientali. Una scelta che segnerebbe una discontinuità netta rispetto all'approccio finora adottato da Washington: passare cioè da una guerra "a distanza", basata su bombardamenti mirati e operazioni di deterrenza, a uno scontro diretto con piena occupazione territoriale e rischi significativamente amplificati di ulteriore escalation.
Finora gli Stati Uniti hanno supportato Israele attraverso il rafforzamento della presenza militare nella regione e il lancio di attacchi chirurgici, senza tuttavia impiegare soldati terrestri. L'invio di truppe rappresenterebbe un cambio di rotta decisivo, implicando una permanenza più prolungata del conflitto e una maggiore esposizione dei combattenti americani. Tale scenario suggerisce anche che i negoziati diplomatici stiano procedendo con difficoltà evidenti, contrariamente a quanto auspicato dalle cancellerie internazionali.
Donald Trump aveva comunicato in precedenza l'intenzione di sospendere per dieci giorni, fino al 6 aprile, gli attacchi infrastrutturali contro il settore energetico iraniano al fine di facilitare i colloqui per il cessate il fuoco. Tuttavia, gli intermediatori dei negoziati hanno fatto sapere che Teheran non ha nemmeno richiesto questa tregua parziale e soprattutto non ha ancora fornito una risposta formale al piano articolato in 15 punti proposto da Washington. Nel frattempo il presidente americano ha ulteriormente prorogato la scadenza per il ripristino completo della navigazione nello Stretto di Hormuz, ulteriore segnale di una situazione ancora fluida e in evoluzione.